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Sinodo 2018. Mons. Oster (vescovi tedeschi): “Fare un passo avanti nelle grandi questioni che riguardano i giovani”

“Alcuni ritengono che sia tutto ancora molto Europa-centrico; che si producano documenti all’occidentale, elaborati e intellettuali; altri dicono di avere problemi completamente diversi con i giovani. Sentiamo anche orientamenti diversi tra chi vuole conservare e altri che vogliono andare avanti proprio sui temi caldi”. Lo spiega mons. Stefan Oster, classe 1965, vescovo di Passavia dal 2014, salesiano e referente per la pastorale giovanile della Conferenza episcopale tedesca  

foto SIR/Marco Calvarese

Il Sinodo dei giovani ha cominciato a lavorare sulla terza parte dell’Instrumentum laboris, quella che riguarda “strumenti e prassi ecclesiali e pastorali”. “Mi interessa molto vedere che cosa succede adesso”, dice al Sir mons. Stefan Oster, classe 1965, vescovo di Passavia dal 2014, salesiano e referente per la pastorale giovanile della Conferenza episcopale tedesca. In questi giorni, racconta, “abbiamo di nuovo ascoltato tanti interventi, ma non c’era tantissimo”, un elenco di “si dovrebbe, bisognerebbe”. Servirebbe una “conversione generale, ma il problema è che non avviene a comando: sarà una sfida riuscire a fare un passo avanti nelle grandi questioni che riguardano i giovani e mi chiedo se si riuscirà”. Il vescovo cita i temi della sessualità, ruolo della donna, digitalizzazione, giustizia, libertà.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Forte e arricchente l’esperienza di Chiesa universale che si vive in queste settimane a Roma, anche se “emerge la diversità culturale estremamente grande” tra i vescovi:

“Alcuni ritengono che sia tutto ancora molto Europa-centrico; che si producano documenti all’occidentale, elaborati e intellettuali; altri dicono di avere problemi completamente diversi con i giovani. Sentiamo anche orientamenti diversi tra chi vuole conservare e altri che vogliono andare avanti proprio sui temi caldi”.

Rispetto al Sinodo sulla famiglia, però, “il clima è pacato, ci sono alcune polarizzazioni, ma ad esempio nel gruppo di lingua tedesca arriviamo sempre a un consenso”. Rispetto ai giovani presenti al Sinodo, mons. Oster, li definisce “pii, professionali, cattolici: non sono le voci di adolescenti o di diciottenni che hanno un rapporto difficile con la fede. Bisognerebbe che diventassero più udibili le voci dei giovani che vivono nel mondo e non hanno, o non vogliono avere, niente a che fare con la Chiesa”. Rispetto a questo, comunque, è già “stato sensazionale il pre-sinodo, voluto dal Papa”.

L’intervento del vescovo Oster nell’aula sinodale è stato incentrato sul tema della libertà, perché è una questione “importante per i giovani”. Alla base della libertà c’è l’esperienza del sentirsi amati: “Mi diventa sempre più chiaro che veramente liberi ci si può sentire quando si sente di essere amati e presi sul serio, apprezzati, in modo autentico; allora si diventa liberi e ci si può abbandonare perché c’è qualcuno che ci sostiene. E i giovani hanno bisogno di vivere l’esperienza di sentirsi sorretti, sostenuti”. Per i giovani è importante l’autenticità e non è possibile l’autenticità senza libertà interiore. A questo si lega tutto il discorso sugli abusi: “Anche io sacerdote, pastore mi devo sentire libero in modo autentico, devo sentirmi a casa in Qualcuno, per poter fare in me lo spazio agli altri perché diventino se stessi, senza che questo sia possesso, manipolazione. Se ci si frappone tra i giovani e Dio in modo manipolativo, allora è abuso”.

Rispetto alle decisioni che il Sinodo potrebbe indicare su tanti fronti, lascia intendere il vescovo, “ci sono persone anche nella Chiesa che chiedono se si va avanti, se si possono intravedere delle aperture” tenendo come riferimento la coscienza, “ma alcuni temono che diventi troppo soggettivo”.

In realtà “noi crediamo che la coscienza di ogni persona sia un luogo sacro, ma anche che possa essere affinata o al contrario diventare insensibile. La Chiesa dice che la coscienza va educata secondo il Magistero: nella mia libertà e secondo la mia coscienza posso decidere, confrontandomi con ciò che la Chiesa dice e crede. Quindi la coscienza non è autonoma e isolata, ma in una comunità di persone e nella Chiesa”.

Il punto è incontrare i giovani non più con il dogma e la morale, ma innanzitutto con Cristo: “Se una persona si apre, il mio sforzo sia mostrare innanzitutto Colui che è il senso della vita, e in quella luce nuova si potrà rileggere il significato del mondo e della vita”. È “l’esperienza biblica della conversione, che forse non viviamo più a livello di Chiesa popolo di Dio: l’incontro con Cristo cambia le vite delle persone e si percepisce che dopo quell’incontro non si può più sentire, vivere, pensare come prima”. Invece “se si vive solo di comandamenti si diventa farisei”.

Al Sinodo è emersa anche la difficoltà che hanno le parrocchie con i giovani, che cercano luoghi e forme diverse di comunità. “La parrocchia è nella vita della Chiesa la più stabile, ma il Papa in Evangelii Gaudium ha anche detto che la parrocchia deve essere plastica, deve poter cambiare. Alla domanda che mi viene rivolta quando vado in giro nella mia diocesi, ‘perché i giovani non vengono più in parrocchia?’, io rispondo sempre che non mi interessa che i giovani vengano a sedersi in chiesa, ma che vivano un’esperienza, che si faccia qualcosa con loro, che li si inviti, che ci sia qualcuno che si preoccupa per loro. Benedetto XVI ha detto che la Chiesa cresce per attrazione, non per proselitismo: che cosa è che attira? Il percepire che Gesù è presente, il sentire la santità”. In realtà ci sono esperienze, momenti molto intensi dove i giovani si radunano, “come è successo a me di vedere a un festival a Salisburgo: 10mila giovani seduti per terra, nel duomo. Lì c’è stata una forte esperienza spirituale, un annuncio del Vangelo molto chiaro e provocatorio, non all’acqua di rose, un’esperienza di comunità. Quando c’è tutto questo, compiuto da una persona autentica, allora non può non funzionare.

Ciò che non abbiamo ancora capito è che le forme tradizionali di socializzazione alla fede non funzionano più e non sappiamo ancora come fare a farle funzionare.

Un esempio per tutti: la catechesi. Ne parliamo continuamente, pensando sempre ai bambini perché sappiamo tutti che la catechesi dei giovani e degli adulti sarebbe importante, ma io non conosco praticamente nessun posto dove funzioni, dove l’annuncio sia così attraente per cui le persone ci vanno spontaneamente, perché vogliono imparare qualcosa della fede. È incredibile: abbiamo la lieta notizia della vita, abbiamo il Vangelo e non riusciamo a dirlo. Siamo troppo poco appassionati, troppo poco santi, troppo poco capaci di amare”.

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