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Sinodo 2018. Mons. Tencer (Paesi scandinavi): “I giovani hanno cambiato l’atmosfera nell’Aula”

Mons. David Tencer racconta la propria esperienza di padre sinodale. Slovacco, cappuccino, vescovo: dal 2004 in Islanda e dal 31 ottobre 2015 a guida della diocesi di Reykjavík. È al Sinodo sui giovani in corso in Vaticano come vescovo delegato della Conferenza episcopale dei cinque Paesi scandinavi

foto SIR/Marco Calvarese

“È il mio primo Sinodo e fin dall’inizio è stato tutto una sorpresa. Pensavo sarebbe stato più stancante stare qui tutto questo tempo, otto ore seduti in ascolto, ma quello che dobbiamo ascoltare è così forte che ne vale la pena”. È mons. David Tencer a raccontare la propria esperienza di padre sinodale. Slovacco, cappuccino, vescovo: dal 2004 in Islanda e dal 31 ottobre 2015 a guida della diocesi di Reykjavík. È al Sinodo sui giovani in corso in Vaticano come vescovo delegato della Conferenza episcopale dei cinque Paesi scandinavi.

“Qui si sente ciò che a ciascuno sta più a cuore e che vuole comunicare al Santo Padre e a tutta la Chiesa. Questo vuol dire che da due settimane stiamo ascoltando il meglio”.

Il futuro della Chiesa. Mons. Tencer è già intervenuto e ha parlato della necessità di dare fiducia ai giovani: “Mi sembra importante che se i giovani vogliono fare qualcosa, devono avere il nostro appoggio. Noi qui stiamo preparando qualcosa che non serve tanto a noi, ma è per il futuro. I giovani sono il futuro della Chiesa e, quindi, hanno bisogno di sostegno. Quello che si sta facendo qui, lo potremo valutare nel tempo, come un seme che si mette nella terra e si aspetta”. I giovani hanno coraggio, capacità di rischiare, prontezza a lanciarsi nelle novità, spontaneità, entusiasmo, “tutte cose che mancano a noi più anziani e sono una forza, che se non è guidata è un guaio. È come una macchina che va veloce ma senza volante”.

“Noi qui cerchiamo di mettere un volante, non per limitare i giovani, ma per dare loro la possibilità di far andare la macchina dove loro vogliono che vada. Il nostro lavoro non va contro la forza dei giovani”.

foto SIR/Marco Calvarese

Le diverse sottolineature o prospettive che emergono negli interventi dei vescovi, secondo Tencer, “non sono in contraddizione, ma sono tessere di un mosaico. E ogni intervento colora in modo diverso una parte del mondo, che diventa un mosaico bellissimo perché è di tanti colori”.

“Io prendo sempre appunti – racconta – e ogni volta che ci sono i minuti di silenzio tra gli interventi, me li rileggo e segno in rosso le cose più importanti per me personalmente, per il mio incarico di vescovo. Credo di aver già segnato trecento cose, per cui penso che per alcuni anni avrò da fare”.

I giovani islandesi. Certo la situazione in Islanda è molto particolare: “I giovani sono un gruppo buono” e sono pochi e, quindi, è facile accompagnarli, ascoltarli. “È una situazione molto diversa da quella che vivono, ad esempio, i vescovi della Nigeria, che hanno milioni di giovani che attraversano il Paese come migranti”. E poi, se un giovane vuole fare qualcosa, in Islanda ha tutte le possibilità per farlo, perché non ha limitazioni economiche, sociali, discriminazioni.

“Deve solo avere buona volontà. Trova spazio nella Chiesa, così come nella società che è molto aperta e attenta ai giovani”.

Un esempio positivo che cita il vescovo sono le politiche intraprese dal Paese negli ultimi dieci anni per arginare il problema della tossicodipendenza e dell’alcolismo tra i giovani.

foto SIR/Marco Calvarese

Il bisogno di paternità. Due momenti degli interventi in Aula sono rimasti impressi al vescovo islandese. Il primo è legato al cardinale delle Filippine, Luis Tagle, che ha raccontato la vicenda emozionante dell’incontro con un giovane, al punto che raccontandola al cardinale sono scese le lacrime. “Non avevo mai visto un cardinale piangere, è stato un momento molto forte”. Quella storia dice “il bisogno di paternità che hanno i giovani che provengono da famiglie distrutte o i cui padri lavorano lontano, fuori dal Paese. Mi ha fatto pensare che non devo essere solo un manger che gestisce la diocesi, ma lasciare che le responsabilità che ho affidato ad altri vengano portate avanti e io usare il lusso di essere padre della diocesi”.

La nave e l’oceano. Un’altra cosa che “mi ha colpito tantissimo”, è l’intervento di un padre sinodale “che ci ha ricordato il libro di Antoine de Saint-Exupéry ‘Cittadella’. Sono andato a cercarmi la citazione perché mi piace molto quest’autore”. È il punto in cui il giovane principe spiega che quando bisogna costruire una nave bisogna innanzitutto mostrare la bellezza dell’oceano, perché se si sarà riusciti ad appassionare le persone all’oceano, allora inizieranno a costruire la barca.

“Se noi riusciamo a infiammare le persone, dare entusiasmo, allora costruiranno la nave e faranno ciò che è bene fare”.

foto SIR/Marco Calvarese

Il documento. Nel raccontare la sua esperienza, un’altra cosa che mons. Tencer sottolinea è “che non si nasconde nessun problema sotto il tappeto, ma sono messi tutti sul tavolo”. Circa la presenza dei giovani e il loro contributo dice:

“Sapevamo già molte delle cose di cui parlano, ma è prezioso il modo in cui le dicono e come si comportano nell’aula: se a loro piace qualche intervento, acclamano, urlano. E chi si sarebbe mai immaginato che nell’aula del Sinodo si sarebbe sentito qualcuno urlare? Invece succede molto spesso e i vescovi non più tanto giovani ogni tanto si spaventano. È bello vedere come hanno cambiato l’atmosfera in quell’aula”.

C’è il rischio che il documento finale sia un agglomerato di cose affiancate le une alle altre? “La Chiesa ha un modo molto ben elaborato di lavorare insieme e mi stupisce tanto: dal questionario è nato l’Instrumentum laboris di cui si discute ora nei gruppi, i circoli, in modo molto concreto. A volte, si propone di buttare parti intere, altre volte di cambiare solo qualche parola. Tutti hanno la volontà di preparare un documento nel miglior modo possibile e di dare un segno molto chiaro al mondo, non solo guardando ai giovani che si interessano alla Chiesa, ma a tutti i giovani. Certo il documento non sarà materiale per loro. Se poi si farà il messaggio ai giovani, com’è l’intenzione, certo dovrà avere un linguaggio a loro comprensibile”.

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