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Paolo VI è santo: il Papa che parlava di gioia e la viveva

Francesco ha voluto rispettare il suo desiderio, scritto nel testamento del 30 giugno 1965: "La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me". Oltre l’adempimento testamentario, c’è il fatto che proprio lì, nel raccoglimento e nella penombra di quelle "grotte", intuendo le sue spoglie conservate nella "vera terra", ci è più facile riandare alle parole che Paolo VI riservò alla Chiesa e vergò alla fine del suo Pensiero alla morte: "Non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi"

Sanctos esse decernimus ac definimus… È la formula classica di canonizzazione, che Francesco ha pronunciato ieri sul sagrato della Basilica Vaticana. Presente al rito insieme con tanti altri vescovi e sacerdoti e la moltitudine dei fedeli, in quei verbi nella forma plurale riconoscevo, nella voce del Successore di Pietro, quella della Chiesa. È la voce Chiesa, infatti, che ha trovato espressione nelle parole del Papa. Volgendo uno sguardo alla Piazza San Pietro, vedevo che la presenza dei fedeli si prolungava lungo la Via della Conciliazione e gioivo in cuor mio di essere “insieme”. Più spesso, però, il mio sguardo andava verso i balconi della Basilica, donde pendevano gli arazzi con le immagini dei sette nuovi santi. Vedendo al centro l’immagine di Paolo VI, mi tornavano alla mente le parole udite dal prof. G. M. Vian, la scorsa domenica 7 ottobre quando, a Castel Gandolfo, commemorava il 60° della morte del Papa Pio XII. Era avvenuta lì, nella stessa stanza del Palazzo Apostolico, il 9 ottobre 1958, dove il 6 agosto di trent’anni dopo sarebbe morto Paolo VI. Disse che proprio con Pio XII si era verificato il rilancio della “santità papale”, di fatto proseguita sino al 2014 con la canonizzazione in un’unica cerimonia di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Ora, però, con le canonizzazioni di domenica 14 ottobre, per la prima volta un cristiano divenuto Papa è proclamato santo insieme ad altre figure esemplari.

Sono le medesime idee che il direttore de L’Osservatore Romano ha pubblicato nell’edizione del quotidiano. Volgendo lo sguardo alle immagini dei nuovi santi mi tornavano alla memoria queste considerazioni: davvero una santità di popolo, la santità “della porta accanto” di cui ha scritto Francesco in Gaudete et Exsultate. Oltre a quella di Paolo VI, degli altri nuovi santi mi era nota la figura del vescovo-martire O. A. Romero: gli eventi martiriali che lo fecero conoscere in tutta la Chiesa avvennero quand’ero giovane sacerdote. Conoscevo pure la figura di Nunzio Sulprizio, morto a Napoli nel 1836. Lo aveva beatificato Paolo VI nel 1963, l’anno in cui giunsi seminarista quindicenne al Regionale di Molfetta. Ce lo fece conoscere il vescovo Aurelio Marena, che era stato postulatore per la causa di beatificazione e ausiliare del cardinale A. Ascalesi, arcivescovo di Napoli. Giunto in Puglia nel 1950 come vescovo di Ruvo-Bitonto egli parlava sempre del “beato Nunzio” e a noi, giovani seminaristi, era proposto come modello.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Un Papa, un vescovo martire, due sacerdoti, due religiose e questo fedele laico:

“Santo giovane, coraggioso, umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell’offerta di sé stesso”, come lo ha descritto Francesco. Ecco, davvero, la santità di popolo. Di Paolo VI, Francesco ha citato le parole scritte nella prima parte dell’esortazione Gaudete in Domino: “È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto”. Mentre lo ascoltavo mi tornavano alla memoria le antiche malignità e ironie su Paolo mesto! Non fu criticato solo per questo, “ma un Papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo”. Lo disse l’allora arcivescovo di Monaco card. J. Ratzinger nel rito esequiale del 10 agosto 1978. Ieri, però, ho risentito quelle con cui, al termine dell’incontro avuto con loro il 28 febbraio 1976, lasciando loro come piccolo ricordo il testo dell’esortazione Gaudete in Domino, Paolo VI salutò i giornalisti dell’Associazione della Stampa Estera in Italia.

Egli, in verità, della gioia non solo parlava, ma la viveva (non traspariva, forse, già dal suo sguardo?) e lo faceva ricco di fiducia e amore verso Dio e verso l’uomo; come confidenza nell’amicizia (lo ricordano così i suoi “fucini” e così lo hanno veduto nell’intimità quanti gli erano familiari) e anche nella forma sapiente dell’humour.

Ch’è saggezza dei santi, come Francesco disse nel discorso alla Curia romana del dicembre 2014 e spiegò in un’intervista rilasciata a chiusura del Giubileo della Misericordia, quando confidò di recitare ogni giorno la preghiera di san Tommaso Moro: “Donami Signore il senso dell’umorismo”. Lo ha scritto pure al n. 122 di Gaudete et Exsultate. Ecco, allora, le parole che Paolo VI rivolse ai giornalisti (e chi riascolta quell’audio si rende subito conto che sorrideva cordialmente): “Noi abbiamo scritto nientemeno – e sia detto questo con un po’ di coscienza di autodifesa: siamo sempre accusati di essere uccelli di malaugurio, che portano la tristezza, che portano la melanconia, la paura, gli scrupoli eccetera… – abbiamo scritto una parola sulla gioia cristiana, perché crediamo che questa sia l’emanazione più spontanea, più genuina che possa nascere da chi possiede veramente il tesoro del contatto con Dio e dell’appartenenza alla Chiesa”.

La tomba di Paolo VI è rimasta dove il suo corpo mortale fu deposto il 12 agosto 1978.

Francesco ha voluto rispettare il suo desiderio, scritto nel testamento del 30 giugno 1965: “La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me”. Oltre l’adempimento testamentario, c’è il fatto che proprio lì, nel raccoglimento e nella penombra di quelle “grotte”, intuendo le sue spoglie conservate nella “vera terra”, ci è più facile riandare alle parole che Paolo VI riservò alla Chiesa e vergò alla fine del suo Pensiero alla morte: “Non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi”.

(*) vescovo di Albano e segretario del C9

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