Cattolici in Arabia Saudita. Mons. Hinder: “Tutti i nostri fedeli sono stranieri e senza cittadinanza, siamo Chiesa pellegrina”

"Negli Emirati Arabi Uniti almeno l’80% dei residenti sono stranieri che lavorano nei diversi settori", spiega mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale: "Tra loro troviamo molti cattolici soprattutto dalle Filippine, dall’India e da molti altri Paesi del mondo, inclusi i Paesi di lingua araba con minoranze cristiane di antica tradizione. Gli emiri degli Emirati si sono mostrati aperti agli stranieri e hanno messo a disposizione il terreno per luoghi di culto. Così abbiamo negli Emirati Uniti otto parrocchie"

La parrocchia più grande del mondo? È in Arabia Saudita e conta 300mila abitanti. Basterebbe questo per far cadere tanti stereotipi occidentali sul mondo arabo e musulmano (in primis, “non lasciano costruire chiese”). Chi non se ne stupisce è mons. Paul Hinder, 76 anni, vicario apostolico dell’Arabia meridionale e ospite dell’incontro “Arabia, una Chiesa che fa primavera”, ieri, 14 settembre, al Centro San Paolo di Vicenza. “Negli Emirati Arabi Uniti almeno l’80% dei residenti sono stranieri che lavorano nei diversi settori – spiega mons. Hinder -. Tra loro troviamo molti cattolici soprattutto dalle Filippine, dall’India e da molti altri Paesi del mondo, inclusi i Paesi di lingua araba con minoranze cristiane di antica tradizione. Gli emiri degli Emirati si sono mostrati aperti agli stranieri e hanno messo a disposizione il terreno per luoghi di culto. Così abbiamo negli Emirati Uniti otto parrocchie. Tra poco saranno nove, perché stiamo iniziando la costruzione di una chiesa nella regione occidentale di Abu Dhabi, a circa 250 km di distanza. Quindi sarebbe sbagliato applicare tutti i pregiudizi che esistono molto spesso in occidente riguardo al mondo arabo a causa delle notizie brutte, spesso vere, che però non coprono tutta la realtà”.

Le divisioni che attraversano il mondo musulmano, specialmente quella tra sciiti e sunniti, come si riflettono nel rapporto con la Chiesa in Arabia?
I Paesi del mio vicariato sono maggiormente sunniti, soprattutto gli Emirati Uniti. In Oman troviamo una denominazione musulmana che è più vicina agli sciiti. Lo stesso è vero per una parte dello Yemen. Come Chiesa cattolica abbiamo rapporti con ambedue gli Stati. Per la guerra nello Yemen i rapporti per ora sono bloccati.

È chiaro che la tensione tra Arabia Saudita (sunnita) e Iran (sciita) influiscono su tutto il clima politico nella regione.

Per noi come Chiesa finora, però, non hanno avuto un effetto negativo.

Che attenzione sta avendo Papa Francesco rispetto alla vostra “fetta” di mondo?
Papa Francesco è molto stimato da parte dei musulmani. Lui stesso è ben informato su ciò che capita in questa parte del mondo. Si è espresso preoccupato diverse volte non soltanto riguardo la situazione in Iraq e Siria, ma pure nello Yemen. Ho avuto più di una volta la possibilità di informarlo della situazione.

Nel suo libro edito da Emi “Un vescovo in Arabia”, scrive di preferire il termine “dialogo tra le fedi” invece di “dialogo interreligioso”. Perché?
Per me “dialogo interreligioso” suona troppo tecnico e astratto.

“Dialogo tra le fedi” rivela meglio che si tratta di persone che credono in modo diverso e vogliono però scambiare opinioni per capire meglio l’altro

e per trovare piste di maggiore comprensione reciproca e di collaborazione in campi di interesse comune.

Che sfide pone, in Arabia, il tema della cura del creato? E quello della pace, se pensiamo alla guerra in Yemen?
Viviamo in una società che grazie al petrolio è stata catapultata in meno di 60 anni da una vita beduina semplice a una vita di consumo e di spreco. I governi stanno lavorando fortemente per arrivare a una economia con un bilancio più ecologico. Speriamo che gli sforzi in questa direzione portino frutti. Ci sono anche degli sforzi per uscire dalla guerra disastrosa in Yemen.

Sfortunatamente ci sono troppi che guadagnano con la guerra anche nei Paesi occidentali.

Le Chiese non hanno potere, possiamo però incoraggiare la nostra gente a essere portatori di tolleranza e pace nel loro ambiente per creare un clima nel quale la riconciliazione può nascere.

Lei parla dell’Arabia come di una Chiesa che fa “primavera”: quali sono i segni di questa primavera e che frutti porteranno, una volta maturi?
Non voglio idealizzare la nostra situazione. Però è vero che qui vivo l’esperienza di una Chiesa viva e gioiosa. Malgrado certe tensioni, dovute alla multi-nazionalità e multi-ritualità della nostra Chiesa, trovo un clima di accettazione reciproca, o meglio, di “cattolicità” che ho raramente trovato altrove. La nostra gente sa che in questo ambiente dobbiamo stare insieme, collaborare e impegnarci concretamente nella vita della comunità.

Ci sono migliaia di donne e uomini (inclusi giovani) che partecipano attivamente alla vita comunitaria e si dedicano al volontariato.

Per molti dei nostri fedeli la Chiesa è una patria dove si sentono a casa loro malgrado lo status di migranti. Non dimentichiamo che tutti i nostri fedeli sono stranieri e senza cittadinanza. Quindi siamo letteralmente una Chiesa pellegrina, una chiesa in cammino.

(*) “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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