Giovanni Paolo II e la Chiesa del silenzio

Nei quasi 27 anni di Pontificato compirà 104 internazionali e 146 visite pastorali in Italia, tanto da essere chiamato dai giornalisti il globetrotter di Dio

Diciotto giorni dopo l’inattesa morte di Luciani, sul Soglio di Pietro sale il primo Papa venuto dall’est – “lo hanno chiamato di un Paese lontano”, dirà – che sceglie di chiamarsi come il suo predecessore. Sarà Giovanni Paolo II.

C’è un dialogo tra il neo eletto e il cerimoniere pontificio Virgilio Noe, poi creato cardinale, su come si sarebbe dovuta svolgere la breve cerimonia successiva all’annuncio.

Di fronte al desiderio di pronunciare qualche parola di saluto alla folla il cerimoniere ribadisce la raccomandazione di non dire altro, oltre la formula latina che precede la prima benedizione del nuovo Papa. Si dice che Wojtyla avrebbe risposto al monsignore un laconico: va bene. Ma poi sappiamo come è andata a finire.

Si è affacciato, ha poggiato le mani sul marmo della loggia centrale della basilica, iniziando così con il primo dei tantissimi fuori programma: “Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima”. E dopo un lungo applauso, forse legato al fatto che il suo cognome, pronunciato correttamente con la “l” letta come se fosse la lettera “u”, aveva fatto pensare a un Papa africano, Wojtyla dice: “Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete”. E così entra subito nel cuore di quanti hanno atteso in piazza San Pietro la “fumata bianca”.

Ha 58 anni, è un Papa atletico – si farà costruire la piscina a Castelgandolfo e ai critici dirà “costa di meno di un Conclave”; andrà più volte a sciare, famosa quella sull’Adamello con il presidente Sandro Pertini – è stato attore nel teatro rapsodico e ha scritto poesie.

Dal 1962 al 1965 partecipa al Concilio ecumenico prima come ausiliare poi arcivescovo di Cracovia, e darà un contributo importante all’elaborazione della costituzione conciliare Gaudium et spes. Piccola curiosità: ai lavori del Vaticano II si troveranno sugli stessi banchi l’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, il vescovo di Vittorio Veneto Luciani, l’arcivescovo Wojtyla, e il giovane teologo tedesco Joseph Ratzinger.

Con Giovanni Paolo II è la Chiesa del silenzio, la Chiesa perseguitata nell’est europeo che entra nello scenario internazionale.

Sarà proprio Wojtyla, nel suo primo viaggio in Polonia, a ringraziare i giornalisti perché hanno portato il mondo in Polonia e la Polonia nel mondo.

Con la sua elezione, possiamo dire, niente sarà più come prima: è il Papa che esce in incognito, che telefona a qualche amico sacerdote, vescovo o cardinale e dice: “Vengo a cena da lei”. Oggi le telefonate di un Papa non stupiscono più, ma allora…

Wojtyla, inizia il suo Pontificato, come il predecessore Luciani, con la messa sul sagrato di San Pietro; alza la croce astile e grida il suo: “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo … aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici”.

Dirà, in un libro intervista, che non sapeva dove lo avrebbero portato quelle parole, e certo non immaginava che 11 anni più tardi avrebbe visto il crollo del muro di Berlino.

A Praga, 1990, sarà accolto dal presidente Havel, alcuni mesi prima in carcere come dissidente, che lo saluta così: “Io non so cosa sia un miracolo, ma so che sto vivendo un miracolo”.

Nei quasi 27 anni di Pontificato compirà 104 internazionali e 146 visite pastorali in Italia, tanto da essere chiamato dai giornalisti il globetrotter di Dio. Il primo Paese che visiterà sarà il Messico, solo seconda la sua Polonia, il ritorno a casa. Arrivando a Città del Messico, Paese con il quale la Santa Sede, all’epoca, non aveva relazioni diplomatiche, e dove netta era la separazione tra Chiesa e Stato, tanto che ai sacerdoti non era permesso indossare la veste talare in pubblico né celebrare messa all’aperto, all’aeroporto non sarà accolto con gli inni nazionali, ma da un gruppo di mariachis, i tipici suonatori messicani di piazza Garibaldi abiti neri e sombrero sulla testa, che eseguiranno un canto popolare: Cielito lindo. Diventerà l’inno dei cinque viaggi apostolici in quella terra.

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