Paolo VI e l’attrazione per il monte della Trasfigurazione

Cristo è al principio e al termine; all’inizio e al compimento. Nel presente ci siamo noi, che cerchiamo di scrutare i segni dei tempi, ossia discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prendiamo parte con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio: sono parole tratte dalla costituzione conciliare Gaudium et spes (cf. nn.4. 11), il cui senso Montini anticipò in quell’udienza estiva del mercoledì 25 agosto 1965. Il magistero del Papa morto quarant’anni fa è lo stesso del Papa di oggi, che il prossimo 14 ottobre iscriverà Paolo VI all’albo dei santi nel Paradiso

Nella liturgia odierna abbiamo ascoltato il ricordo di Pietro: “eravamo con lui sul santo monte”. Desidero fermare subito la nostra attenzione su questo particolare. Il Nuovo Testamento non ce ne dice il nome, ma ci dice che quel monte era “alto”; lo era al punto che i discepoli non sarebbero saliti senza l’incoraggiamento di Gesù: “li condusse su un alto monte”. Letteralmente: li portò verso l’alto. Sembra quasi che, per farli salire, egli li abbia sollevati, come fa un padre che si carica sulle spalle il figliolo per alleviargli la fatica.

L’altra cosa che sappiamo dal Nuovo Testamento riguardo a quel monte è che era “santo”. L’ho ricordato in principio. Pietro scrive: “eravamo con lui”, e Marco racconta: li “prese con sé”. Per questa ragione, dunque, è “santo”, quel monte! Perché non è soltanto un luogo, ma è il testimone di una grande intimità dei discepoli con il loro Maestro: “in disparte, loro soli”, annota l’evangelista; soli come si può stare fra persone che si vogliono bene. In fondo, come ha scritto il Papa nell’esortazione Gaudete et exsultate, la santità è vivere in unione con Gesù i misteri della sua vita (cf. n. 20).

Non c’è santità a prescindere da Gesù; non c’è santità senza Cristo.

“Non si può vivere spiritualmente senza Cristo”, disse una volta Paolo VI (Omelia a Orvieto, 11 agosto 1964). L’ho citato, Paolo VI, perché, nella festa della Trasfigurazione noi, qui a Castelgandolfo, non possiamo omettere di ricordarlo.

Paolo VI ebbe sempre un’intima attrazione per il monte della Trasfigurazione. Ci andò pellegrino il 5 gennaio 1964. Sappiamo pure che per il cartiglio del suo stemma episcopale aveva scelto il motto Cum ipso in monte. Ne fu distolto poiché sembrava il programma di un contemplativo e non di un pastore, quale diventava allora per la Chiesa ambrosiana. Se, però, rinunciò a quella scelta araldica, Montini vi rimase sempre fedele con la vita. Fu sempre, secondo un’espressione di san Gregorio Magno, contemplatione suspensus: in “contemplativa sospensione”, come amava tradurre (cf. Regula pastoralis II, 5: PL 77, 32; cf. Omelia del 22 agosto 1968 a Bogotá).Per Paolo VIla contemplativa sospensione era una specie di “acrobazia spirituale” motivata da un amore, sapiente e potente, delle cose quae sursum sunt, quelle di lassù (cf. Udienza alle Madri abbadesse e priore dei monasteri benedettini in Italia del28 ottobre 1966).

Montini aveva imparato fin dai primi anni ad amare le vette, ogni forma di altitudine.

Quando fu chiamato alla Cattedra di Pietro, un anziano (Giacinto Contrini) di Pezzoro, una frazione del bresciano, ricordò agli amici di averlo preso bambino sulle spalle per portarlo in vetta al Monte Guglielmo. Una volta, parlando qui a Castello, s’immaginò non già sulla cima di un monte, ma sul ponte di comando di una nave; considerando, quindi, le cupole della Specola innalzate sul Palazzo Apostolico, spiegò ai pellegrini: “poiché siete venuti così filialmente a trovarci sulla nostra nave, vi faremo vedere una cosa sola, per ora: la nostra specola; cioè il periscopio, per così dire, che guida il nostro sguardo, che è poi quello stesso della Chiesa”. Lo sguardo del Papa, precisò subito, non era sullo spazio, ma sul tempo (ch’è superiore allo spazio, direbbe oggi Francesco). E cosa vedeva? Nel passato – disse – si vedono l’Antico e il Nuovo Testamento riassunti in Gesù Cristo, ch’è il punto di partenza della Chiesa; al presente, poi, con l’occhio “più che mai aperto sui segni dei tempi”, si vedono le attuali, umane vicende dove “Chiesa e mondo s’incontrano e si scontrano”. C’è, da ultimo, il futuro… A questo punto

lo sguardo di Paolo VI somiglia a quello dei tre discepoli, soli con Gesù sul monte.

Dice: l’occhio che da questa specola si protende al futuro guarda lontano e “il suo orizzonte è avvolto da una nebbia luminosa, che non lo lascia vedere nei suoi particolari, ma lo fa intravedere in immagini, in segni, in presagi, che bastano a confermare la direzione del cammino intrapreso e ad imprimere al movimento avanzante della Chiesa una singolare energia, una sicura accelerazione; è la speranza finale: è la certezza del futuro incontro col Cristo glorioso”.

Cristo, dunque, al principio e al termine; all’inizio e al compimento. Nel presente ci siamo noi, che cerchiamo di scrutare i segni dei tempi, ossia discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prendiamo parte con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio: sono parole tratte dalla costituzione conciliare Gaudium et spes (cf. nn.4. 11), il cui senso Montini anticipò in quell’udienza estiva del mercoledì 25 agosto 1965. Il magistero del Papa morto quarant’anni fa è lo stesso del Papa di oggi, che il prossimo 14 ottobre iscriverà Paolo VI all’albo dei santi nel Paradiso. Disponiamoci a quel giorno con la nostra preghiera.

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