Pro-Vocati dal Vangelo. Dio c’è e noi dove siamo?

Fino a quando continuiamo ad inseguire la vita, mentre non la viviamo in tutte le sue sfaccettature? Consumiamo tutto, il tempo, lo spazio, le amicizie, il sacro e il profano, il passato, il presente e il futuro e la vita sembra sfuggirci dalle mani. Verbi come “rimanere”, “stare”, “esserci” non sempre fanno parte del nostro vocabolario. Mille impegni ci assorbono, la scena di questo mondo passa accanto a noi e non ci accorgiamo...

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

È forse giunto il tempo per noi cristiani di riscoprire la dimensione contemplativa e mistica della vita? Come lasciarci sorprendere costantemente dalla presenza di Dio nella ferialità dell’esistenza? Presi, molte volte, dal vortice dello scorrere del tempo, non ci accorgiamo della vita che passa, e rischiamo di ridurre il contatto con la realtà. Confondiamo la pienezza di vita con le mille cose da fare: spesso, se c’è un “buco”, ci preoccupiamo subito di riempirlo anche di cose banali.
Fatichiamo a strutturare il tempo, a trovare un momento per la cura di sé e degli altri, a consolidare la consapevolezza di muoverci nel mistero dell’amore trinitario: Dio c’è, ma spesso noi non ci siamo nello stesso istante. Passiamo vicino ad un fiore e non sentiamo il suo profumo; vediamo un’alba al mattino e non ci lasciamo raggiungere dal silenzio e dalla sorpresa di un giorno che nasce o dal tepore dei raggi del sole che infuocano il cielo; vediamo una mamma che stringe a sé il suo bambino e non ci inteneriamo; siamo seduti sul pullman accanto ad una persona corrucciata in volto e non avvertiamo neanche il suo respiro affannoso;

vediamo un mendicante anziano o bambino e rimaniamo indifferenti;

andiamo al lavoro e spesso pensiamo solo a noi stessi e non alla custodia del bene comune; torniamo a casa e non abbiamo tempo per guardarci negli occhi, per abbracciarci; si cena e ognuno sta con il pensiero da un’altra parte, con la “scatoletta” pronta per l’uso: bisogna rispondere o raggiungere virtualmente qualcuno, fare un selfie per immortalare la minestra, senza preoccuparci di raccontare qualcosa della propria esistenza agli altri “commensali”.
Fino a quando continuiamo ad inseguire la vita, mentre non la viviamo in tutte le sue sfaccettature? Consumiamo tutto, il tempo, lo spazio, le amicizie, il sacro e il profano, il passato, il presente e il futuro e la vita sembra sfuggirci dalle mani. Verbi come “rimanere”, “stare”, “esserci” non sempre fanno parte del nostro vocabolario. Mille impegni ci assorbono, la scena di questo mondo passa accanto a noi e non ci accorgiamo…
L’ora del deserto come assenza di Dio e, quindi, di vita sembra ormai giunto al termine. É Dio che, proprio nel tempo della crisi, rompe il Narciso che è in noi, per liberare la bellezza dell’umanità che ci ha donato. Ci visita, ci chiama, ci prende per mano, ci invita a vivere per amore, ci chiede di coinvolgerci nella relazione con Gesù Cristo, di vivere come lui, per poter contare su di noi, di arrenderci e di abbandonarci al suo amore, di stabilire relazioni veramente umane fondate sul Vangelo, perché altri siano raggiunti da una calda umanità e credano.
Fermarci per accogliere la Parola, per ascoltare la melodia del silenzio, per immergerci nella profondità dell’esistenza, per abitare la solitudine, per allenarci ad andare verso l’altro, per “vivere, muoverci ed esistere in Dio”, come dice Paolo (At 17,28), questa è il fondamento dell’esperienza mistica.

Oggi, dopo aver sperimentato il tunnel del non senso, aver adorato altri idoli, aver lottato con Dio uscendo con le ossa rotte come Giacobbe, dopo esserci scontrati con il nostro limite come Mosè, possiamo liberare la bellezza della nostra umanità.

Nel tempo della crisi la persona o sbatte contro un muro o prende il volo per rinascere. La scelta per vivere è data dalla decisione di permettere a Dio di operare e di guidare la nostra esistenza: allora tendiamo l’orecchio del cuore, per ascoltare i moti dello Spirito che segna il passo dei nostri ritmi e ci aiuta ad essere segno della bellezza della vita da donare ad ogni fratello o sorella che incontriamo.

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