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Comunicazioni sociali: ritrovare la potenza evocativa della parola

Essere responsabili di quanto si fa dentro e fuori la Rete significa assumersi le conseguenze degli spazi in cui viviamo e diventarne parte, cittadini e cittadine. Mettersi in gioco impegna, ma ritrovare la potenza evocativa della parola ci fa riscoprire la relazione dei volti e il significato dei vissuti e delle azioni. Sia che siamo adulti, sia che siamo ragazzi, bambini. Provare per credere, giorno dopo giorno. Pole pole, come dice un detto africano… piano piano, a piccoli passi

La verità ci fa liberi. Contrastare le notizie false. Giornalismo di pace. Ingredienti della Giornata delle comunicazioni sociali appena trascorsa. Ieri. E oggi? Come essere liberi e veri? Come riconoscere, difendersi, smontare, prevenire la falsità? Come scrivere e raccontare storie di pace?

Il difficile sta sempre lì, sul come. Equilibro tra teoria e prassi, parola e azione. Andata e ritorno dalla pratica alla riflessione e dalla riflessione nuovamente alla pratica. Giornalismo, mi hanno insegnato, è scrivere ogni giorno la storia degli uomini e delle donne. Io ripartirei dall’educarci e dall’educare a:

Ridare senso alla parola e alle parole che scriviamo e diciamo in ogni ambiente di vita e contesto di comunicazione. Il nostro è un agire comunicativo che crea comunione, partecipazione,cdialogo.

Il rapporto di significazione che la lingua innesca esprime emozioni, trasmette conoscenze e rispecchia visioni e interpretazioni del mondo.

Implica, dunque, una relazione molto forte con il pensiero e la realtà, anche se non ne esaurisce le potenzialità, in quanto entrambi sono eccedenti. Nell’atto della comunicazione siamo soggetti attivi, creiamo significati. Il processo comunicativo è dinamico, interattivo e comporta continui riferimenti al contesto. Un accordo sui segni che vengono significati.

Apprendere l’arte del narrare. In un tempo di disintermediazione dove le narrazioni si incrociano, moltiplicando i punti di vista e i racconti; di pratiche di consumo mediale che diventano pubbliche e condivise è urgente recuperare l’autorialità e l’autorevolezza, la grammatica e la sintassi del narrare. Ildestino delle parole vere è quello di mettere in viaggio chi le ascolta o le legge.

La parola rinvia a un incontro, a una presenza, al dialogo.

Rimettere la realtà al centro, non perdere di vista l’umano, allenarsi a uno sguardo positivo perché ci sia qualcosa di vero che copra il falso, il negativo.

Servire e farsi voce nella responsabilità e nella verità. Riappropriarci dei valori vecchi quanto il giornalismo: unicità e servizio al pubblico. La comunicazione è generativa perché approccio creativo e critico alla produzione di contenuti; perché coinvolge, pone domande, scova risposte e fonti, denuncia omologazioni, rifugge la banalità e la mediocrità, diventa polis, bene comune. Scrivere, parlare e postare online devono essere qualcosa di responsabile, di serio e di importante.

Ryszard Kapuściński interrogato sui requisiti di un buon giornalista indicò, tra gli altri, curiosità del mondo, conoscenza delle lingue, capacità di viaggiare, apertura verso genti e culture diverse, passione e, soprattutto, capacità di pensare.

Diventare cittadini. È un “compito a casa” per tutti. Non solo per i professionisti della comunicazione, per i giornalisti. Come Papa Francesco ha più volte sottolineato nel suo Messaggio: “Nessuno di noi può esonerarsi dalla responsabilità di contrastare queste falsità”. C’è campo per tutti: per piccoli e grandi che videogiocano, costruiscono profili nei social, postano e condividono, taggano e rendono virali foto, video, documenti… Essere responsabili di quanto si fa dentro e fuori la Rete significa assumersi le conseguenze degli spazi in cui viviamo e diventarne parte, cittadini e cittadine. Mettersi in gioco impegna, ma ritrovare la potenza evocativa della parola ci fa riscoprire la relazione dei volti e il significato dei vissuti e delle azioni. Sia che siamo adulti, sia che siamo ragazzi, bambini. Provare per credere, giorno dopo giorno. Pole pole, come dice un detto africano… piano piano, a piccoli passi.

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