Violenze nella Repubblica Centrafricana. P. Gazzera (missionario): “La pace è ancora molto lontana”

Padre Aurelio Gazzera, missionario carmelitano di origine cuneese, vive e lavora a Bozoum, oltre 300 km a nord di Bangui, per arginare la povertà, perché questa è “la radice e il frutto della guerra”

“La pace è ancora molto lontana” per il Centrafrica. È padre Aurelio Gazzera, missionario carmelitano di origine cuneese, in missione nel Paese africano dal 1992, a commentare l’assalto alla chiesa di Nostra Signora di Fatima a Bangui e gli scontri che ne sono seguiti il 1º maggio scorso lasciando 22 vittime e oltre 100 feriti, secondo le ultime informazioni diffuse dall’Onu presente nella Repubblica Centrafricana con un contingente di Caschi blu. Il territorio è per quasi l’80% occupato da milizie di ribelli mentre, ha detto il Comitato internazionale della Croce rossa il 2 maggio, la situazione umanitaria nel Paese peggiora e il 50% della popolazione ha bisogno di aiuti. Padre Aurelio vive e lavora a Bozoum, oltre 300 km a nord di Bangui, per arginare la povertà, perché questa è “la radice e il frutto della guerra”. Il Sir ha incontrato il missionario che ora si trova in Italia, dove sta girando per raccogliere fondi per le scuole della Missione con la vendita del libro appena edito dall’associazione culturale Saleinzucca, “Coraggio. Bisogna dare battaglia perché Dio conceda vittoria”, che raccoglie l’esperienza centrafricana di padre Aurelio tra il 2011 e il 2017. I missionari carmelitani oggi operano in 6 sedi in Centrafrica e sono 16, metà di loro sono giovani autoctoni.

Sembrava che il Paese stesse uscendo dalla guerra, ma quanto è avvenuto a Bangui pone grossi interrogativi: com’è la situazione?

La vita nella capitale era un pochino più tranquilla, perché qui l’Onu ha investito molto, con il grosso dei militari. Il problema è che il resto del Paese non interessa quasi a nessuno, ed è in mano ai ribelli. I fatti di Bangui sono una sorpresa fino a un certo punto perché da tempo abbiamo l’impressione che la calma sia molto apparente e gli accordi zoppichino.

Il governo non ha abbastanza forza per imporre gli accordi firmati

ma che in ogni modo non pongono condizioni sufficientemente chiare e così le truppe rimangono sul territorio. Poco prima dell’attacco alla chiesa, le forze armate locali avevano arrestato uno dei ribelli che vivono nel quartiere Pk5 di Bangui e le sue milizie per reazione hanno assalito la chiesa che si trova al confine di questa zona. La tensione è alta e c’è la paura che s’inneschino vendette e reazioni.

Si è tornato a scrivere che lo scontro è tra i musulmani della Seleka e i cristiani anti-Balaka: è così?

Noi cerchiamo sempre di distinguere molto, perché non vogliamo dare una connotazione religiosa: fin dall’inizio del conflitto abbiamo cercato di evitare di parlare di cristiani e musulmani. È vero che tra gli anti-Balaka ci sono alcuni cristiani, ma mai nessuno ha minimamente appoggiato e nemmeno apprezzato la loro iniziativa. Non sono milizie cristiane: è gente che si mette insieme per reazione contro le violenze, a volte per ragioni etniche, spesso economiche. Certo, quando truppe assaltano una chiesa come a Bangui, la reazione è molto forte. Da parte della Chiesa le indicazioni sono però chiare, ma accanto allo sforzo di calmare gli animi servono risposte forti:

non si può lasciare gente armata in centro alla città, non si può permettere a dei banditi di entrare in una chiesa o in una moschea.

Che significa essere missionario in terra di conflitto?

Innanzitutto portiamo la Parola di Dio con il suo messaggio di liberazione, che tocca tutte le dimensioni, e va in profondità. Poi portiamo avanti un impegno formativo: abbiamo venti scuole nel Paese e cerchiamo di fare attenzione che ci siano anche ragazzi musulmani insieme ai bambini cristiani. La speranza è nel futuro anche se vediamo già giovani che hanno avuto una buona formazione e adesso hanno idee abbastanza chiare. Poi continuiamo a fare un lavoro di riflessione per cercare di tenere la gente attenta ai problemi reali, a non accontentarsi, a non lasciarsi guidare dalla voglia di vendetta. C’è anche tutto l’aspetto del perdono e della riconciliazione: io tocco con mano nelle confessioni quanto stia effettivamente iniziando a passare questo messaggio. Poi con le nostre realtà come Giustizia e pace o la Caritas lavoriamo molto per aiutare tutti e per insegnare ad aiutare. La Chiesa in Centrafrica è oggi l’unico luogo di rifugio e di sicurezza e tutti sanno che la Chiesa è aperta a tutti. Sentire che c’è bisogno di dare rifugio è ciò che mi fa restare.

Oltre alla preoccupazione per la guerra, però, il vostro lavoro in che cosa consiste?

C’è la normale vita di parrocchia, con la catechesi, le celebrazioni, i sacramenti. La nostra Chiesa è molto giovane, ha meno di 100 anni di vita, con tutto l’entusiasmo e le debolezze che questo comporta. Poi ci sono le scuole, dalle materne al liceo, i dispensari con i progetti per gli ammalati di Aids e l’accompagnamento delle donne in gravidanza. Ci diamo molto da fare anche nel settore agricolo: il Centrafrica per l’80% vive di quanto produce la terra.

Abbiamo introdotto nuove tecniche di coltivazione per il riso che ne hanno accresciuto di molto la resa; da alcuni anni abbiamo avviato le fiere agricole, spazi di vendita e di festa che servono a far vedere ai giovani un volto positivo del Paese.

Quest’anno, alla XIV edizione della fiera di Bozoum c’è stato un giro d’affari di 90mila euro di vendita che è tantissimo se si considera che il reddito pro capite è di 330 dollari all’anno. Abbiamo impiantato anche una Cassa di risparmio per permettere alle famiglie di mettere in sicurezza i risparmi e ottenere piccoli crediti. Cerchiamo insomma di sostenere una ricchezza che dia dignità alle persone e la possibilità di mandare i figli a scuola.

Progetti futuri?

Tanti… vediamo l’urgenza di occuparci dei malati di mente, a volte per problemi di salute, o dipendenze o per la povertà. Spesso basta aiutare a recuperare il giusto regime alimentare e di sonno perché le persone si ristabiliscano e possano riprendere le proprie responsabilità e il proprio ruolo in famiglia.

Il sottotitolo del libro appena pubblicato è una frase di Giovanna d’Arco: “Bisogna dare battaglia perché Dio conceda vittoria”. Perché questo riferimento?

Ai giudici che cercavano in ogni modo di metterla in trappola, e dicevano a Giovanna che se Dio era onnipotente non c’era bisogno che lei combattesse, lei con semplicità dice questa frase che è un trattato di teologia: Dio è lì che dà una mano, però bisogna darsi da fare perché se no lui non interviene. Ogni tanto lo dico ai miei cristiani: smettiamola di pregare per la pace, se non ci diamo anche da fare.

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