Don Tonino Bello: la croce e la fisarmonica, la stola e il grembiule

Aspettando Francesco il 20 aprile, quando il Papa renderà omaggio a don Tonino Bello ad Alessano e Molfetta, la testimonianza del parroco di Tricase, don Flavio Ferraro, e di don Salvatore Leopizzi, parroco a Gallipoli e amico di una vita

(da Tricase) La croce e la fisarmonica. Questo, nel disegno di un bambino, è don Tonino Bello. La straordinarietà di un uomo normale. Siamo a Tricase, il luogo del suo primo amore, come lui lo ha chiamato più volte. Il luogo dove ha imparato ad essere sacerdote tra la gente, e dove da parroco che diventa vescovo – suo malgrado – si cinge i fianchi con un asciugatoio, dando un’immagine plastica e molto concreta di quella Chiesa del grembiule che profeticamente ha anticipato la Chiesa in uscita di Francesco. Aspettando il Papa, che sarà ad Alessano e Molfetta il 20 aprile, abbiamo raccolto la testimonianza di don Flavio Ferraro, parroco della Natività di Maria a Tricase da sette anni, che l’esperienza di don Tonino qui l’ha conosciuta dai racconti dei suoi parrocchiani: “Qui da bravissimo professore è diventato pastore, ha capito cosa significa essere immersi nei problemi della gente”.

Parrocchia della Natività – Tricase

Prima i giovani. C’è un’immagine ricorrente citata da chi don Tonino l’ha conosciuto da vicino, negli anni del seminario e della formazione: “Voleva vincere a tutti i costi, aveva la sindrome del primo della classe, e per questo pretendeva molto da se stesso e dagli altri. Una partita di pallone finiva solo quando lui faceva un goal”. È a Tricase, per don Flavio, che don Tonino si è accorto che quel metodo non corrispondeva alla realtà. Non è stato facile, all’inizio: quando è arrivato qui, nel 1979, c’era quasi il deserto. E così ha deciso di cominciare dai giovani: li andava a cercare, e per loro ha aperto un Centro teologico di lettura dove ha messo a disposizioni i suoi libri, con i grandi autori di cui era appassionato, come Bonhoeffer, a cui ha aggiunto una cinquantina di abbonamenti ad altrettante riviste. Non c’erano i social, allora, e quello era l’unico modo per aggiornarsi. In un tessuto pastorale dove ogni parroco era legato al suo campanile, don Tonino ha introdotto una visione più ampia.

“Facciamo capire alla gente che ci vogliamo bene veramente, andiamoci a prendere un caffè insieme, per far vedere che tra noi non ci sono tensioni”, la proposta ai sacerdoti. È la Chiesa del potere dei segni, e non dei segni del potere, quella che amava: “Era un prete che non parlava solo, ma faceva: non ha mai detto fate, ha fatto”.

Fuori dagli schemi. I suoi gesti sorprendono perché rompono gli schemi. Come quando andava con la sua 500 dalle famiglie povere, a cui portava i viveri che aveva commissionato prima citofonando alle famiglie della parrocchia: “Prepara il primo, prepara il secondo, prepara il dolce…”. O come quella volta che, andando a trovare una persona molto povera ricoverata in ospedale, accortosi che non aveva nessuno ha detto senza pensarci due volte: “La notte la faccio io”. Il giorno dopo si è sparsa la voce che il parroco era rimasto a vegliare, e così sono arrivati i volontari ad alternarsi per la notte. “Io nel mio corpo ho il sangue di don Tonino”, ha svelato una volta una signora, orgogliosa, a don Flavio. Quando è stata operata, aveva bisogno di una trasfusione e don Tonino si è fatto avanti: “Fino alla morte avrò il suo sangue nelle vene”. E poi è arrivato quel fatidico giorno, quando un giovane del Centro di lettura ha intercettato una busta indirizzata a lui con scritto “riservatissima” e gliel’ha consegnata. Don Tonino l’ha aperta ed è diventato triste, forse è sgorgata anche qualche lacrima. Aveva già rifiutato due volte, ma questa volta non poteva proprio dire di no: l’esperienza a Tricase era conclusa, doveva diventare vescovo a Molfetta.

“Aveva dato tutta la sua vita per la parrocchia, accanto ai poveri, agli ultimi”, spiega don Flavio a proposito di quel distacco così doloroso: “Così ha deciso di essere consacrato qui, nel luogo dove ha vissuto il primo amore della sua vita, tra la gente che lo ha imparato ad amare ogni giorno di più”.

Radicale ed essenziale. Il mare, così vicino: a Tricase, a Novaglie, a Leuca. Don Tonino che passeggia sul lungomare e cerca ispirazione per i suoi scritti. Don Tonino che nuota e insegna a nuotare ai suoi ragazzi, o quelli del seminario, caricandosi sulle spalle quelli che hanno paura per poi lasciarli andare in mare aperto. Mimmo Turco, che era uno dei suoi ragazzi, oggi lavora all’ospedale “Cardinale Panico” di Tricase, un’eccellenza di questa parte di Puglia. Nel 1978 aveva 16 anni, è cresciuto con lui in parrocchia e nell’Azione Cattolica e poi ha continuato a frequentarlo a Molfetta: di don Tonino sottolinea l’umanità e, a tutto tondo, l’essenzialità. “Ci siamo resi conto di come non tutti avevamo percepito appieno il suo messaggio. Ci eravamo fermati all’aspetto esteriore accattivante, invece lui era essenziale, ci spronava a puntare gli occhi non su di lui, ma su Qualcuno più grande di lui”. Radicale: è l’aggettivo che ritorna anche nella testimonianza di don Salvatore Leopizzi, parroco di sant’Antonio a Gallipoli e consigliere nazionale di Pax Christi, che narra la sua amicizia con don Tonino a partire da un’istantanea: il suo primo gesto da vescovo di Molfetta, accanto agli operai di Giovinazzo.

“In lui c’era l’urgenza di essere radicale, cioè di andare alle radici, partendo dalla memoria eversiva della Croce, l’unica con la quale il mondo può essere rivoluzionato”.

Quando viene nominato presidente di Pax Christi, è il giorno dell’uccisione di padre Popieluszko. “La pace lui, la traduceva in maniera poetica, oltre che profetica”, racconta don Salvatore: per questo il suo linguaggio, così diverso, non fu percepito ed accolto immediatamente, anzi era sempre a rischio di incomprensione, soprattutto ma non solo con le gerarchie:

“Dopo, tutti si sono ricreduti, e non poco: per lui i cristiani dovevano avere i piedi per terra e la testa verso il cielo. La Chiesa non è neutrale, è Chiesa di parte, diceva, e la sua direzione di marcia è dagli ultimi verso tutti”.

La stola e il grembiule ne sono i simboli, fatti della stessa stoffa.

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