Quaresima 2018: pellegrinare in Terra-Santa è correre il rischio di pellegrinare nella propria storia

Il loro russare nel Getsemani - proprio mentre Dio sta chiedendo loro aiuto per la prima volta - è immagine folle di cosa riesca a fare Satana negli attimi cruciali della storia. Tutto questo Cristo lo sa, l'ha bene impresso nell'anima. A differenza delle altre volte, però, questa volta a Gerusalemme non ci entra condotto, ci entra da condottiero. Entra che somiglia tantissimo ad un Re, pur sapendo d'essere il condottiero di un gregge che andrà allo sbaraglio. Sbaraglio provvisorio, ma pur sempre sbaraglio (Info: www.sullastradadiemmaus.it)

Tra tutte le città dei Vangeli, Gerusalemme fu quella che più Gli rimase nel cuore. A Gerusalemme Gesù era già stato altre volte. A guardarla da lontano, verrebbe quasi d’accarezzarla. Scrutarla da vicino, è avvertire la voglia di tirarle addosso pietre: è maleodorante, perspicace, d’un bianco sepolcrale. Il Tempio le svetta al cuore, ma Cristo lo guarda perplesso: tempo qualche anno, spariranno anche quelle pietre. Certo che sparirà Lui. Spariranno anche tutti loro, però: tutti i mantenuti a libro-paga del Tempio, gli umani impastati di tutti quegli incensi e oblazioni. Sono quelli che a Dio gliel’hanno giurata anzitempo, proprio quelli che Gli hanno segnato il destino: “Egli snida con l’occhio i luoghi in cui per tre anni ha battuto quel suo duro mestiere di profeta” (L. Santucci). Questo è anche quello che vedono i nostri pellegrini da lassù, da fuori Gerusalemme, dal Sion. In quest’ultima puntata in loro compagnia (“Le ragioni della speranza”, sabato alle 16,15 su RaiUno), battono pure loro la medesima strada battuta dal Cristo il giorno in cui fece rotta verso Gerusalemme: è il Vangelo della Passione, della mestizia che allaga il cuore di Cristo mentre sta lì a contemplare la sua città.

È il Vangelo del grande sonno, gli amici sono divetati ghiri.

Il loro russare nel Getsemani – proprio mentre Dio sta chiedendo loro aiuto per la prima volta – è immagine folle di cosa riesca a fare Satana negli attimi cruciali della storia.

Tutto questo Cristo lo sa, l’ha bene impresso nell’anima. A differenza delle altre volte, però, questa volta a Gerusalemme non ci entra condotto, ci entra da condottiero. Entra che somiglia tantissimo ad un Re, pur sapendo d’essere il condottiero di un gregge che andrà allo sbaraglio. Sbaraglio provvisorio, ma pur sempre sbaraglio. C’è anche Giuda in mezzo alla truppa: vestito così, il Rabbì è proprio come se l’aveva sempre immaginato. Dio dell’Iscariota: a Giuda sembrò che Dio stavolta fosse dalla sua parte, che gli si fosse dichiarato. Il popolo, da parte sua, ha smarrito il buon-senso, la misura: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Mc 11,10). Mentre Cristo sta per entrare a Gerusalemme, è tutto grande quello che incontra. La città, la sua città, è drogata di informazioni: la folla impazzisce per ciò che è vasto, lo scambia volentieri con tutto ciò che è essenziale per non perdersi. I farisei, invece, assomigliano a caffettiere fumanti: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”.

Cristo aumenta il passo: alla fine la corsa è sempre più veloce.

La sua ora – quella per la quale è venuto al mondo, per la quale si è preparato, l’appuntamento con la storia – è giunta. La campanella ha dettato l’inizio della (ri)creazione: “Se questi taceranno, grideranno le pietre” (Lc 19,39-40). Gerusalemme non Lo amerà, Lui invece sì: pur blasfema, è cosa impossibile per Cristo non amarla. Fino a rivolgerle parole bagnate di lacrime, di mestizia: “Gerusalemme, Gerusalemme (…) quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli. Come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto” (Mt 23,37). Rimarrà così, a imperitura memoria: città dei profumi, città delle cupole d’oro, dei gioielli, dell’unico Dio con mille seguaci a corrergli dietro.

Certi pellegrini, sbarcati a Tel-Aviv con sguardi di svago, mentre scendono dal Sion hanno gli occhi lucidi:

pellegrinare in Terra-Santa è correre il rischio di pellegrinare nella propria storia. Correre il rischio di perdersi, per poi ritrovarsi: è il cuore che viene messo al muro, costretto a nominare la mancanza: “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?” (M. Luzi). È la risposta di Cristo ai cercatori di felicità: “Ti manco io!”. Sempre così: a Giuda, al giovane ricco, ai pellegrini d’ogni razza e lingua. Mutano le voci di domanda, la risposta rimane la medesima: “I cani abbaiano tutta la notte alla luna, la luna non risponde ringhiando: continua a splendere” (F.J.Sheen).
Troppo grande fu il Cristo per ignorarlo, troppo santo per non odiarlo.

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