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Pre-Sinodo con Papa Francesco. Parlano i giovani di tutto il mondo: “Vogliamo una Chiesa che ci guidi”

A dare voce ai 300 giovani giunti a Roma da tutto il mondo, sono stati cinque coetanei in rappresentanza dei rispettivi continenti. Nessun timore di portare all'attenzione del Papa i problemi vissuti nella quotidianità: le difficoltà di creare una famiglia, la ferita del divorzio dei genitori, la precarietà economica, la tiepidezza di una Chiesa da cui tanti si allontanano, l'incertezza verso il futuro, la paura di impegnarsi, la mancanza di opportunità

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Le difficoltà di creare una famiglia, la ferita del divorzio dei genitori, la precarietà economica, la tiepidezza di una Chiesa da cui tanti si allontanano, l’incertezza verso il futuro, la paura di impegnarsi, la mancanza di opportunità. Sono alcuni dei campanelli d’allarme suonati questa mattina in Vaticano durante la prima giornata della riunione pre-sinodale (19-24 marzo) in preparazione alla XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi. A dare voce ai 300 giovani giunti a Roma da tutto il mondo, sono stati cinque coetanei in rappresentanza dei rispettivi continenti. Filo conduttore degli interventi, la richiesta di una Chiesa che possa essere guida per i giovani disorientati in una società sempre più dispersa.

Africa. “Nella maggior parte dei Paesi africani la crisi economica ha portato con sé molte sfide e molti problemi. Economie povere, la maggior parte delle quali causate da una cattiva gestione delle risorse che ha avuto come conseguenza uno scarso rendimento”. Tendai Karombo, delegata dell’Africa dallo Zimbabwe, racconta così il presente di un continente in cui “i giovani assistono al fallimento dei loro sogni e delle loro aspirazioni che sono controllate da coloro che hanno preso il sopravvento sulle loro vite, quando la loro realizzazione non dipende dal reddito della famiglia”. In Africa, inoltre, “il lavoro minorile sta diventando una pratica molto diffusa” e “i giovani sono sfruttati come manodopera a basso costo. Per molti di loro, soprattutto le ragazze, è ancora difficile accedere all’istruzione primaria, e tantomeno a corsi di formazione specialistica”. A causa delle “differenze inter-generazionali”, spiega la delegata,

“la generazione più anziana di credenti non è riuscita a creare piattaforme di dialogo sostenibile con i giovani, né spazi preposti alla loro crescita”

e così “i giovani sono spesso nelle retrovie, con incarichi e responsabilità minori all’interno delle istituzioni cattoliche” e “non chiedono l’aiuto della Chiesa per affrontare sfide sociali quali le dipendenze, l’omosessualità, la pornografia, l’alcolismo o l’abuso minorile”. Tante le attese dalla società e dalla Chiesa che possono “aiutare i giovani e fornire loro gli spazi per emergere”, accompagnarli “nell’attento discernimento vocazionale, nella loro carriera professionale e nelle loro aspirazioni”, “rinnovare e migliorare incessantemente il sistema educativo”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Americhe. “Nei cinque anni a servizio della pastorale universitaria ho imparato che se c’è un tema che fa da filo conduttore nel mondo dei giovani, è il periodo di transizione. Spostarsi, scegliere, fallire, avere successo, provare timore, e sperare che i prossimi passi che faremo saranno i passi che Dio ci chiede di compiere. I periodi di transizione afferiscono all’ingresso nel sistema educativo, agli anni di studi universitari, al Sacramento della Cresima, al trasferimento all’estero per servire la missione, al trasferimento dalla casa dei propri genitori, al primo lavoro, al momento del matrimonio, all’avere figli, all’ingresso in seminario o in convento. La vita del giovane è costellata da una serie di potenziali cambiamenti”. Parte da qui la riflessione di Nicholas Lopez, delegato delle Americhe dagli Usa. “Mai come oggi si sente il bisogno della guida della Chiesa. Sfortunatamente i dati mostrano che

circa la metà dei nostri giovani non hanno fiducia nei leader religiosi

– precisa – e mostrano diffidenza nei confronti della religione in generale. Anche oggi negli Stati Uniti un terzo dei nostri giovani non si riconosce in nessuna religione e meno del 15% dei cattolici va a messa ogni settimana. Recenti ricerche mostrano che i nostri giovani hanno iniziato ad allontanarsi dalla fede già tra gli undici e i tredici anni”. Ma ci sono anche alcune buone notizie: “Circa il 40% dei giovani negli Stati Uniti partecipa alla Santa Messa del Mercoledì delle Ceneri e lo stesso numero osserva le pratiche quaresimali. Ciò indica che i giovani ancora ritengono il periodo di penitenza e preparazione rilevante per la loro vita. L’importanza del cattolicesimo si evidenzia in ogni incontro della Gmg, quando milioni di giovani testimoniano la vitalità della Chiesa”.

Asia. “La Chiesa del continente asiatico si trova ad affrontare una serie di preoccupazioni: l’aborto, la maternità, il crescente numero di divorzi, i matrimoni tra persone di fede diversa, e soprattutto i matrimoni tra persone dello stesso sesso, che arrecano un grave danno all’insegnamento della Chiesa e che stanno inquinando i valori delle giovani generazioni”. Non utilizza giri di parole Cao Huu Minh Tri, delegato dell’Asia dal Vietnam, che ricorda come “dopo un lungo periodo di cambiamenti e trasformazioni storiche, il continente asiatico oggi sta facendo passi avanti, con molte conquiste in tutti gli ambiti. Unitamente alla rapida evoluzione dei social network, ci attendono molteplici sfide che includono le giovani generazioni, in una economia dinamica che cambia e si trasforma giorno dopo giorno. Diventa quindi

necessario per la Chiesa trovare un modo nuovo di annunciare il Vangelo ai giovani,

basato sul dialogo e sulla comprensione autentica, soprattutto all’interno di un continente così marcatamente dinamico e multiculturale”. Per lo sviluppo della fede cattolica, “a motivo della diversità culturale, e soprattutto della diversità di pensieri filosofici e religioni, coloro che desiderano scoprire la bellezza delle Chiesa e vivere seguendo la sua dottrina, si trovano ad affrontare molti ostacoli”, rileva il delegato: “A questo riguardo l’ateismo è uno dei temi più ricorrenti non solo in alcuni Paesi con una forte impronta socialista come la Cina, il Nord Corea o il Vietnam ma anche in molti altri Paesi industrializzati, dove la maggioranza della popolazione gode di un buon tenore di vita. Questo è dovuto al fatto che molti giovani con un buon livello di istruzione, tra i quali un alto numero di cattolici, non credono in Dio o lo considerano un filosofo. Per questi ultimi, dedicare il proprio tempo alla Santa Messa è considerata una pratica inusuale”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Europa. “La Chiesa ha oggi l’opportunità di accompagnare i giovani e di guidarli. Questi giovani hanno bisogno di una guida, che funga da bussola, per aiutarli a scegliere tra la moltitudine di offerte alle quali sono esposti”. Ne è convinta Annelien Boone, delegata dell’Europa dal Belgio: “In passato quasi tutte le istituzioni in Belgio erano cattoliche. Il cristianesimo faceva parte della nostra cultura, mentre oggi assistiamo a un processo accelerato” soprattutto per quanto riguarda la “secolarizzazione della nostra società”. I temi discussi in passato (amore, felicità, relezioni, lavoro) “fanno parte del dibattito pubblico, ma senza mai menzionare o coinvolgere Dio né la dimensione religiosa.

La gente ha imparato a vivere e a essere felice senza Dio.

Gli studi più recenti mostrano che per la prima volta meno della metà dei giovani in Belgio sono stati battezzati”. Citando il recente sondaggio “Generation What”? (condotto su 657.205 giovani in 30 Paesi), la delegata aggiunge: “Alla domanda se i giovani possano essere felici senza una fede religiosa, il 94% ha risposto di sì. Le relazioni, i bambini, l’amore, il sesso hanno un peso maggiore nel determinare la felicità degli intervistati rispetto alla fede religiosa. Inoltre, un sondaggio belga ha mostrato che meno del 2% della popolazione belga di età inferiore ai 34 anni ha partecipato a una celebrazione eucaristica più di una volta al mese”.

Oceania. “Sono state le storie della mia famiglia e della mia comunità religiosa ad avermi trasfuso l’empatia che mi ha permesso di capire e di avvicinarmi alle altre comunità presenti in Australia, soprattutto quella indigena. La cultura indigena è parte fondante di molte comunità della regione Oceanica. Sin dall’arrivo degli europei, però, la vita e la storia dei popoli indigeni sono state storie di traumi e di avversità. Occorre riconoscere e rettificare i gravi errori del passato e quelli del presente commessi in Australia, in Nuova Zelanda, e in tutti gli altri Paesi”. Angela Markas, delegata per l’Oceania dall’Australia, appartiene a una parrocchia caldea ed è figlia di genitori iracheni. “La nostra Chiesa si erge sulle fondamenta della nostra speranza. Sento il dovere di fare la seguente domanda: come possiamo essere veri cristiani se non siamo presenti e non ci impegniamo per infondere speranza e dignità nella vita delle persone?”. “Come giovani, sentiamo il bisogno di qualcuno che ci guidi. Nei contatti con i miei amici, con i giovani a cui faccio da tutor, e con la mia famiglia – ribadisce -, sento che i giovani sono poco inclini a cercare la guida di cui sentono bisogno dentro la Chiesa. Ci sono molte ragioni, ma uno dei motivi principali è che

i giovani si sentono distanti dalla Chiesa.

Questo può essere dovuto al fatto che si sentono lontani da un clero anziano, non accolti a causa della diversità delle loro idee e opinioni, o perché ritengono di non essere ascoltati né avvicinati con amore ed empatia. Non sempre i giovani sentono di avere un posto nella Chiesa. Desiderano trovare un luogo dove sentirsi al sicuro, accolti ed amati. Solo allora potranno volgere lo sguardo verso sé stessi e riflettere da soli su queste domande che ancora non trovano risposta”.

 

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