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PyeongChang 2018. Mons. Sánchez de Toca: “Il mondo dello sport ha fatto la propria parte. Ora spetta ai politici”

Per la prima volta una rappresentanza della Santa Sede è stata formalmente invitata ad assistere alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali e a partecipare alla sessione olimpica. All’indomani della conclusione dei Giochi, intervista a tutto campo con il capodelegazione che ripercorre per noi i momenti più significativi della settimana trascorsa a PyeongChang, fa il punto sul rapporto di collaborazione tra Cio e Santa Sede e parla dei progetti futuri

(Foto: Greg Martin/IOC)

Dopo 17 giorni di gare, è calato il sipario sui XXIII Giochi olimpici invernali di PyeongChang, in Corea del sud, definiti dei “nuovi orizzonti” da Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio). Per la prima volta, una delegazione della Santa Sede, invitata formalmente dal Cio e guidata dal sottosegretario del Pontificio Consiglio della cultura (Pcc), mons. Melchor Sánchez de Toca, ha assistito ufficialmente alla cerimonia di inaugurazione ed anche, dal 5 al 7 febbraio, ai lavori della sessione olimpica che l’ha preceduta, in qualità di osservatori. Un precedente c’era stato nel 2016, quando mons. Sánchez de Toca, che è anche responsabile del dipartimento Sport del dicastero vaticano, aveva partecipato all’inaugurazione dei Giochi olimpici di Rio, ma in quell’occasione si era trattato di un invito a titolo personale, legato alle relazioni tra Pcc e Cio. Un rapporto che affonda le radici nell’incontro che il presidente del Cio, Thomas Bach, ha avuto nel 2014 a Roma con il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del dicastero vaticano, in occasione del centenario del Coni, seguito dalla visita ufficiale di Ravasi al quartiere generale del Cio a Losanna, dall’invito a partecipare come ospiti all’inaugurazione dei Giochi di Rio, dalla partecipazione del Cio alla conferenza internazionale in Vaticano dell’ottobre 2016 “Sport at the Service of Humanity”. Ora l’invito di Bach a partecipare all’inaugurazione e alla sessione olimpica, “non a titolo personale – precisa mons. Sánchez de Toca – ma in rappresentanza ufficiale della Santa Sede”.

È ipotizzabile la formalizzazione a breve di un rapporto stabile?
Il carattere ufficiale della nostra presenza a PyeongChang rafforza la reciproca collaborazione già in atto e va nel senso della creazione di una relazione stabile.

Nulla impedisce di firmare in futuro un accordo permanente – probabilmente attraverso il Pontificio Consiglio della cultura – che regoli la cooperazione tra Santa Sede e Cio,

che non è un organismo intergovernativo ma il cui peso è indiscutibile essendo il massimo organismo dello sport mondiale.

Come siete stati accolti?
All’inizio la presenza di un sacerdote ai lavori della sessione ha destato una certa sorpresa tra i delegati; poi, saputo che si trattava di una delegazione vaticana la sorpresa si è trasformata in simpatia e cordialità. Credo che la nostra presenza sia stata apprezzata da tutti.

Quali i principali temi trattati?
La sessione olimpica è il massimo organo di governo del movimento olimpico. Due giorni di lavoro con un’agenda fittissima. Anzitutto le sanzioni al Comitato olimpico russo per la sistematica manipolazione dei controlli antidoping degli atleti ai Giochi di Sochi e, al tempo stesso, la decisone di consentire a quelli “puliti” di partecipare ma senza insegne nazionali. Altro tema l’agenda 2020 che cerca di rendere la realizzazione Giochi più snella, sostenibile, trasparente, vicina alla cittadinanza. A partire dalle procedure di candidatura nelle quali coinvolgere non solo le istituzioni ma anche la popolazione e dalla possibilità di riutilizzare le strutture dopo la conclusione. Quindi la parità delle donne non solo nelle competizioni ma anche negli organi di governo; infine i Giochi olimpici della gioventù che dopo l’edizione 2018, in ottobre a Buenos Aires, nel 2022 si terranno in Africa, in località ancora da definire.

Lei ha assistito ad una cerimonia di inaugurazione che resterà nella storia. Che cosa ha provato?
L’ingresso della squadra ospitante che ha chiuso la parata sfilando non sotto la propria bandiera ma sotto quella della Corea unita, una sagoma blu della penisola coreana su sfondo bianco, è stato

un momento di grande emozione per tutti, ma in particolare per i coreani che vivono la separazione del paese come innaturale, come una ferita che dura da oltre 60 anni.

Il presidente della Repubblica, Moon Jae-in, ha ricordato di essere figlio di sfollati a causa della divisione. Molte famiglie del sud hanno parenti al di là del muro. Anche il presidente Bach, tedesco, ha rievocato il proprio passato di atleta in un Paese diviso.

È stata una prova del successo della diplomazia dello sport

vista all’opera in altre occasioni, e che di fronte all’escalation delle dichiarazioni di guerra ha offerto ai politici una via d’uscita. Per questo Bach ha affermato che lo sport non può creare la pace, ma piccoli simboli come questi possono prepararne la strada e ha aggiunto che gli atleti hanno fatto la propria parte. E alla cerimonia di chiusura ha parlato di sport che unisce e costruisce ponti, di Giochi “dei nuovi orizzonti”, e ha assicurato che il Cio continuerà questo dialogo olimpico. Moon Jae-in, da parte sua, ha accettato a l’invito a visitare Pyongyang a conclusione dei Giochi.

Piccoli segni e canali di dialogo che danno speranza. Il mondo dello sport ha fatto la propria parte, ora spetta ai politici sfruttare queste aperture.

Tutti i Paesi del mondo e un panorama religioso policromo. A livello personale, come sacerdote cattolico, quale è stata la sua esperienza?
Nel villaggio olimpico c’erano spazi multiconfessionali con sale e aule per la meditazione e la preghiera, nel nostro caso per la celebrazione della Messa. Era presente come cappellano olimpico il cappellano della nazionale coreana, che su un centinaio di atleti conta ben 15 cattolici, ma alcune squadre avevano il loro. Non potendo entrare nel villaggio, se non su invito, celebravo la Messa tutti i giorni nella mia stanza, ma alcuni membri del Cio mi hanno chiesto se potevo celebrarla per tutti. Così l’ultimo giorno della mia permanenza ho celebrato in una sala dell’albergo con una trentina di persone.

Si può incontrare Dio alle Olimpiadi?

Dio lo si può trovare dappertutto, non è mai lontano dal cuore che lo cerca.

Le Olimpiadi sono anche un momento favorevole per questo incontro. Se da una parte c’è una forte esaltazione del corpo, grandi dosi di adrenalina ed energia fisica, non sempre correttamente canalizzate, dall’altra c’è la solitudine con cui si misura l’atleta prima della gara e, in caso di sconfitta, l’umiliazione del fallimento. Questi sono momenti propizi all’incontro con Dio, come la gioia della vittoria e le emozioni incredibili che lo sport regala a chi lo pratica e a chi lo segue.

Dal 6 al 18 ottobre si svolgeranno a Buenos Aires i Giochi olimpici della gioventù. Ci sarete?
Ci auguriamo di sì. Ci siamo lasciati dicendoci “arrivederci a Buenos Aires”. Quei Giochi hanno per noi un significato particolare: perché a Buenos Aires e perché in concomitanza con il Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani in programma dal 3 al 20 ottobre a Roma. C’è convergenza tra i valori del movimento olimpico e i valori del Vangelo.

Saremo presenti all’appuntamento argentino con un piccolo convegno al quale stiamo lavorando con il Cio sul tema fede e sport, un approccio interreligioso.

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