Papa in Colombia: “La riconciliazione non è una parola astratta”

È "riconciliazione" la parola-chiave del ventesimo viaggio internazionale del Papa. In Colombia, Francesco l'ha declinata all'insegna della concretezza in ognuna delle quattro città che ha visitato in cinque giorni di viaggio - Bogotá, Villavicencio, Medellín, Cartagena - chiedendo ai colombiani di "fare il primo passo"

(Foto L'Osservatore Romano (www.photo.va) / SIR)

“Fin dal primo giorno ho desiderato che venisse questo momento del nostro incontro”, dice Papa Francesco rivelando lui stesso il cuore del suo viaggio in Colombia (6-11 settembre). Mentre parla, guarda il Crocifisso di Bojaya, il Cristo mutilato – che ha assistito nel 2002 al massacro di decine di persone rifugiate nella sua chiesa – come il Paese che lo custodisce, dilaniato da oltre 50 anni di guerriglia tra governo di Bogotà e Forze armate rivoluzionarie (Farc) che ha provocato oltre 260mila morti, più di 60mila dispersi e oltre 7 milioni di sfollati. Il grande incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale di Villavicencio, in un Paese giunto solo pochi mesi fa alla firma degli accordi di pace, è il culmine del ventesimo viaggio internazionale di Bergoglio, ma la parola chiave – riconciliazione – del quinto viaggio di Francesco in America Latina, terzo Pontefice a visitare la Colombia dopo Paolo VI nel 1968 e Giovanni Paolo II nel 1982 – risuona fin dall’arrivo in terra colombiana.

Vorrei piangere con voi. “Vorrei abbracciarvi e piangere con voi, vorrei che pregassimo insieme e che ci perdoniamo – anch’io devo chiedere perdono – e che così, tutti insieme, possiamo guardare e andare avanti con fede e speranza”. È commosso, il Papa, sotto lo sguardo del Cristo spezzato e amputato venerato dai colombiani: sono commosse le vittime e gli ex guerriglieri, mentre lo abbracciano dopo avergli insegnato “che l’odio non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte e della violenza. È possibile vincere la morte, è possibile cominciare di nuovo e dare vita a una Colombia nuova”.

“Tutti, alla fine, in un modo o nell’altro, siamo vittime, innocenti o colpevoli, ma tutti vittime”, l’assioma di Francesco, che nella Messa celebrata poco prima chiede il contributo di tutti, per percorrere vie concrete di riconciliazione: “È ora di sanare ferite, di gettare ponti, di limare differenze. È l’ora di spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di un’autentica cultura dell’incontro fraterno”.

Riconciliazione non è vendetta. A Bogotà, prima tappa del suo viaggio in Colombia, Francesco declina la sua teologia del popolo e per il popolo, prima nel discorso alle autorità e dopo durante la benedizione ai fedeli in piazza Bolivar.

“La riconciliazione non è una parola astratta”, sintetizza il Papa nel discorso al Celam, mettendo in guardia da facili irenismi o scorciatoie: “Ogni sforzo di pace senza un impegno sincero di riconciliazione sarà sempre un fallimento”.

No ai “sicari della droga”. A Medellín, la Messa più infarcita di interventi a braccio: “La Chiesa non è una dogana, vuole le porte aperte”, non possiamo essere cristiani che alzano continuamente il cartello ‘vietato il passaggio’”. Ancora fuori testo, incontrando il clero,

l’appello affinché Dio converta i cuori dei “sicari della droga”, che hanno “distrutto le aspirazioni di tanti giovani”.

Poi la visita all’Hogar San José – “Veder soffrire i bambini fa male all’anima” – attorniato dai piccoli come in ogni tappa del viaggio, anche quella più protocollare. Sono loro il futuro del Continente: saranno la prima generazione a non aver conosciuto la guerra.

I giovani e le donne. In piazza Bolivar, il 7 settembre, ci sono 20mila giovani: sono loro i destinatari principali della benedizione ai fedeli dal palazzo cardinalizio di Bogotà, e sempre loro accorreranno ogni sera alla nunziatura per il saluto al termine della giornata diventato ormai una consuetudine delle Gmg e dei viaggi internazionali. Giovani, soprattutto, maestri nell’arte di “perdonare coloro che ci hanno ferito”: tocca a voi, dice il Papa, “scoprire il Paese che va oltre i titoli dei giornali” e “costruire la nazione che abbiamo sempre sognato”. Il ruolo delle donne, la loro capacità di resilienza nella travagliata storia della Colombia, è un altro tema ricorrente del viaggio: donne che hanno fatto tendenza nella storia della Chiesa, ancora oggi preda di atteggiamenti patriarcali e maschilisti, dice il Papa nella messa a Villavicencio: “Queste donne, il silenzio, sono andate avanti da sole”, nonostante la violenza, gli abusi, i loro cari trucidati, perché

“la speranza in America Latina ha un volto femminile”, aveva detto al Celam.

Le ferite non si cancellano, ma le cicatrici possono guarire. Nei suoi continui riferimenti alla storia passata e presente del Paese, il Papa affida a più riprese ai colombiani come viatico per il futuro il sogno del loro più illustre compatriota, Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel nel 1982:

“Una nuova e travolgente utopia della vita, dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano infine e per sempre una seconda opportunità sulla terra”.

Nella Messa a Cartagena, Francesco parte proprio dal Premio Nobel colombiano per chiedere al Paese un cambiamento culturale a partire dal basso: “Alla cultura della morte, della violenza, rispondere con la cultura della vita e dell’incontro”. “Costruire la pace parlando non con la lingua ma con le mani e le opere”, la consegna finale del viaggio, dopo un nuovo appello per porre fine al narcotraffico e a tragedie come lo sfruttamento del lavoro e dell’ambiente, il traffico di essere umani e gli abusi contro i minori, la schiavitù, “la tragedia spesso inascoltata dei migranti”.

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