Paolo VI: il Papa della luce

Paolo VI ebbe alto il culto dell’amicizia. A leggere i suoi tanti interventi si nota subito come egli unisca abitualmente l’amicizia alla comunione. L’amicizia con Dio, certo e anzitutto, ch’egli intendeva e spiegava alla luce del Suscipe ignaziano; ma pure l’amicizia umana, che non disdegnava illustrare richiamando il de amicitia di Cicerone. Quest’amicizia, anzi, sulla scia della 1Gv Paolo VI la riteneva “esercizio graduale, propedeutico all’amore di Dio” (cfr G. B. Montini, Meditazioni, Roma 1994, 161-163; Udienza del 26 luglio 1978).

A 39 anni dalla morte di Paolo VI (6 agosto 1978), monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del Consiglio di cardinali, presiederà domani mattina (ore 9) la messa nelle Grotte Vaticane, accanto alla tomba del Pontefice. La messa viene presieduta da Semeraro perché Paolo VI è morto a Castel Gandolfo (nella diocesi di Albano). Prima della beatificazione di Montini, la celebrazione — sempre presieduta da Semeraro – si svolgeva nella parrocchia di Castel Gandolfo. Ora che c’è la memoria liturgica al 26 settembre, Semeraro continua a celebrare la messa ma presso la tomba, nelle Grotte Vaticane, con la partecipazione di persone che lo hanno conosciuto da vicino.
Per gentile concessione del vescovo, anticipiamo il testo integrale dell’omelia di domani.

La festa della Domenica – Pasqua della settimana – è quest’anno accresciuta dalla coincidenza con quella della Trasfigurazione del Signore. Le accomuna il tema della luce. La Domenica, infatti, è, come cantava sant’Ambrogio, “il giorno vero di Dio, sereno di mistica luce” (Inno Hic est dies); nel mistero della Trasfigurazione, per suo verso, il volto di Gesù “brillò come il sole”: un sole che non tramonterà mai, ma che risplenderà per sempre di una luce serena, che non acceca, attira lo sguardo e rallegra per il suo divino fulgore (cfr Pietro il venerabile, Sermo I de Transf.: PL 189, 959).

A noi questa festa è cara anche perché ci ricorda il transito al Cielo del beato Paolo VI, il cui corpo, che poi onoreremo, è deposto in queste Grotte. In una sua biografia egli è definito “il Papa della luce” (cfr C. Siccardi, Paolo VI, Il papa della luce, Milano 2008). Il suo permanente anelito alla luce rimane definitivamente scolpito in quel mirabile “pensiero alla morte” che, quando l’apprendemmo dopo che fu letto nella congregazione generale dei cardinali il 10 agosto 1978, lasciò attoniti e commossi. Prima di allora, io mai avevo udito una testimonianza così alta e profonda, spirituale e carnale insieme ed è cosa che ancora oggi, dopo quasi quarant’anni, mi emoziona. “Camminate finché avete luce – scrisse citando Gv 12, 35 -. Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce”.

Rassomigliano, queste parole, all’esclamazione rivolta da Pietro a Gesù trasfigurato: “Signore, è bello per noi essere qui!”. Vi riconosciamo il desiderio e l’accoglienza dell’amicizia con il Signore. E Paolo VI ebbe alto il culto dell’amicizia. A leggere i suoi tanti interventi si nota subito come egli unisca abitualmente l’amicizia alla comunione. L’amicizia con Dio, certo e anzitutto, ch’egli intendeva e spiegava alla luce del Suscipe ignaziano; ma pure l’amicizia umana, che non disdegnava illustrare richiamando il de amicitia di Cicerone. Quest’amicizia, anzi, sulla scia della 1Gv Paolo VI la riteneva “esercizio graduale, propedeutico all’amore di Dio” (cfr G. B. Montini, Meditazioni, Roma 1994, 161-163; Udienza del 26 luglio 1978).
Torniamo, però, al mistero della luce taborica, che non soltanto traspare dal volto e dalle vesti di Gesù, ma è pure concentrata in una nube luminosa che abbraccia i discepoli con la sua ombra. Quando commenta la scena evangelica (questo non è mai attestato nei discorsi milanesi, ma nel pontificato romano lo è due volte, in omelie quaresimali), Paolo VI se l’immagina avvenuta nel buio della notte sicché “i tre dormienti sono destati da un abbagliante guizzo di luce” (19 febbraio 1967) e i loro occhi “si aprono perché si è accesa una grande luce” (27 febbraio 1972). Non è solo una luce avvolgente, ma anche una luce parlante, sicché la visione si trasforma presto in audizione. Una voce, infatti, quella del Padre, che mentre sottolinea l’identità divina di Gesù ribadisce la necessità di ascoltarlo. C’è la Legge con Mosè e c’è la profezia con Elia, commenterà sant’Agostino, ma chi è necessario ascoltare è Gesù perché in lui ci sono la voce della Legge e la lingua dei Profeti (cfr Sermo 79: PL 38, 493).

Nelle medesima lunghezza d’onda s’inserì una volta Paolo VI. Ascoltiamolo, in un discorso dove parlava del pluralismo, preoccupato che “dalla plurisinfonia unificante e celebrante della Pentecoste” non si retrocedesse alla babelica confusione delle lingue. Un problema, dunque, cui non manca l’attualità.
“La vera religione, quale noi crediamo essere la nostra, non si può dire legittima, né efficace, se non è ortodossa, cioè derivata da un autentico ed univoco rapporto con Dio. Né un vago, e fosse anche commosso e sincero, sentimento religioso, né una libera ideologia spirituale costruita con autonome elaborazioni personali, né uno sforzo di elevare a livello religioso le pur nobili ed appassionate espressioni di sociologia lirica e morale di popoli interi, né le vivisezioni ermeneutiche rivolte ad attribuire al cristianesimo un’origine naturale o mitica, né ogni altra teoria o osservanza, che prescinda dalla voce infinitamente misteriosa ed estremamente chiara, risuonata sul monte della trasfigurazione e riferita a Gesù, raggiante come sole e candido come la neve: ‘Questo è il mio Figlio diletto, nel quale Io mi sono compiaciuto; Lui ascoltate’, potrà placare la nostra sete di verità e di vita. Beati noi, se ci metteremo nel numero dei piccoli, che sanno ascoltare una tale voce, e pregustare la felicità della certezza immortale” (Udienza del 29 agosto 1974: in “Insegnamenti” XII, 766-767).

(*) vescovo di Albano, segretario del C9

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