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Pastorale familiare. Don Gentili (Cei), “comunità capaci di accogliere, accompagnare, discernere e integrare”

Uno scenario in movimento nel quale è in corso un cambio di stile e di passo. È la fotografia della pastorale familiare in Italia a poco più di un anno dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco. Tra opportunità e sfide facciamo il punto con il direttore dell'Ufficio nazionale Cei, don Paolo Gentili

Due percorsi – un master postuniversitario e un corso di diploma – articolati secondo una formula che integra studio teologico, laboratori pastorali e vita fraterna. Dal 9 luglio, sacerdoti, religiosi/e, seminaristi e coppie di sposi con figli si ritrovano insieme per due settimane (fino al 22 luglio) a La Thuile, tra momenti di studio, preghiera, divertimento. “Una formazione con taglio fortemente esistenziale perché è la vita di famiglia che forma alla famiglia. Ed anche la Chiesa deve mettersi alla scuola della famiglia”, dice al Sir don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale familiare della Cei che promuove i due corsi insieme con il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.

Proprio incontrando i docenti di questo Istituto, lo scorso 27 ottobre, “Papa Francesco ha sollecitato una nuova alleanza fra teologia e pastorale affermando che anche i teologi hanno bisogno di sentire l’odore delle pecore e della vita concreta delle famiglie”, ricorda don Gentili. Per il sacerdote

“occorre una sana teologia per parlare alla vita; una teologia è sana se è viva e incarnata, e teologia e pastorale devono andare insieme”.

Don Gentili, con quali sfide la pastorale familiare si trova oggi a confrontarsi?
Anzitutto l’innalzamento dell’età media degli sposi e il crollo dei matrimoni, dimezzati rispetto agli anni ’80. E non solo per le difficoltà lavorative e/o economiche, ma anche per la diffusa precarietà affettiva e la maggiore fatica del “sì per sempre” dietro le quali si intravede quella che il Papa chiama “desertificazione spirituale”. Probabilmente è mancato nelle nostre comunità un annuncio gioioso del Vangelo del matrimonio: una delle principali sfide è individuare modalità nuove. Quindi l’accompagnamento delle tappe della vita familiare a partire dalla nascita dei primi figli o dall’esperienza della non fertilità con cui oggi si misura oltre il 20% delle coppie a prezzo di profonda sofferenza. Strategico l’accompagnamento, attraverso centri come quello del Policlinico Gemelli e i Consultori di ispirazione cristiana.

Si sono superati diversi tabù legati alla sessualità ma talvolta si è letteralmente analfabeti sul piano della vita relazionale.

Molte coppie con un adeguato accompagnamento spirituale, pastorale, psicologico, medico sono riuscite a sciogliere i nodi e a ritrovare una vita sessuale che è diventata anche fertile. Nei casi “irrisolvibili”, la sfida è la scoperta di una nuova fecondità nell’accoglienza, nei percorsi di affido e adozione.

Dai primi anni agli ultimi. Ogni momento che scandisce la vita familiare interpella la pastorale…
Sì. I figli adolescenti con i quali la comunicazione legata al virtuale disabilita quella reale, terreno su cui molti genitori arrancano e che è tutta da reimparare; la sindrome “del nido vuoto” che chiede alla coppia non più giovane di ricostruirsi in una nuova dimensione. E ancora, la presenza in casa di disabili e anziani dietro la quale c’è tutta una solitudine della famiglia, venuti meno il tessuto dei nuclei patriarcali del passato e le reti di buon vicinato. Oggi è tutto da ricostruire e in questo la comunità cristiana ha un compito profetico fondamentale. Ulteriori sfide sono quelle legate alla mancanza di politiche familiari e allo scarso riconoscimento del valore sociale dell’impegno educativo dei genitori. Ma ce n’è un’altra, a mio avviso la più strategica.

Quale?
Quella della dimensione familiare della comunità cristiana, di

un nuovo volto di comunità più capace di accogliere, accompagnare, discernere e integrare:

i quattro verbi – chiave dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco non sono esclusivi dell’ottavo capitolo ma sono i pilastri di un nuovo dinamismo pastorale per tutte le stagioni della famiglia. Le nostre comunità sono realmente familiari? Al loro interno c’è comunione? Per essere “famiglia di famiglie” l’attenzione alle periferie, alle famiglie economicamente disagiate e ferite sul piano relazionale diventa prioritaria. In quale misura questa attenzione ci appartiene?

Amoris Laetitia, appunto. A poco più di un anno dalla sua pubblicazione, l’8 aprile 2016, che cosa è cambiato o sta cambiando nella pastorale familiare?
Al di là delle diverse iniziative in atto nelle diocesi – molti vescovi hanno impostato il proprio piano pastorale sul documento -, come un fiore ricco di petali l’esortazione di Francesco ha “aperto” la pastorale familiare avviando un processo di maggiore sinergia e collaborazione con altre pastorali: vocazionale, giovanile, sociale e del lavoro, ecumenismo e dialogo interreligioso, salute.

La pastorale sta rinascendo come un fiume di grazia sulla scorta di un documento, al tempo stesso voce di popolo e voce di Chiesa, che chiede uno “sguardo” nuovo.

Un aspetto al centro dell’attenzione di diverse Chiese locali è anche il “ponte giuridico pastorale” in vista di un eventuale processo di nullità matrimoniale.

Su che cosa, in particolare, occorre investire per quel cambio di passo “auspicato” dal Papa?
Sulla formazione del clero. A ottobre partiremo con un progetto nato in collaborazione con l’Ufficio nazionale vocazioni. Un webinar ad alto livello sull’Amoris Laetitia dedicato a seminaristi e sacerdoti, che prevede un incontro al mese e coinvolgerà i seminari d’Italia e i presbitèri delle Chiese locali. Previsto anche un successivo confronto “vis à vis”.

Non sempre riusciamo a stare al passo con la velocità vertiginosa dei cambiamenti e ci sentiamo balbuzienti nelle risposte; per questo la formazione del presbiterio è una sfida da cogliere e da affrontare al meglio.

Questo è un momento storico complesso ma anche affascinante e promettente. Soprattutto se sapremo guardare meno ai numeri e ci preoccuperemo di più di accompagnare la vita reale delle persone.

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