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Papa Francesco “rilegge” Mazzolari e Milani: testimoni del Vangelo, maestri di umanità

"Essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni": Bergoglio prega sulle tombe dei due parroci tante volte definiti "disobbedienti", ma semplicemente e tenacemente fedeli al messaggio di Gesù. Attraverso le loro biografie emerge il profilo del prete che cammina insieme alla sua comunità, al servizio dei poveri e dei lontani, impegnati sul fronte educativo. E con un messaggio spirituale che giunge sino ai giorni nostri

Bozzolo e Barbiana, don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Due realtà periferiche dai centri di potere e di prestigio, due voci emarginate per la loro vocazione a vivere un Vangelo incarnato nella storia. Che per i due parroci italiani significava restituire la parola ai poveri, dialogare con i lontani in tempi di contrapposizioni e scomuniche, denunciare la follia della guerra prima che lo facesse la Pacem in terris di Giovanni XXIII. Scelte non gradite in anni in cui si ritenne che conformismo e uniformità fossero vie imprescindibili per la divulgazione della fede cristiana e si tentò, senza riuscirci appieno, di tacitare le loro voci con martellanti, sofferte censure.

Martedì 20 giugno Papa Francesco, recandosi a pregare sulle tombe di Mazzolari e Milani, ha riconosciuto nel prete cremonese e nel prete fiorentino – spesso accomunati dall’epiteto “disobbedienti” da amici e contrari, due voci necessarie alla Chiesa, due parroci che hanno lasciato “una traccia luminosa” –

l’immagine di un “clero non clericale”, esemplare per tutto il popolo di Dio.

Nessuna genericità nei brevi ma densi interventi letti dal Pontefice: ognuna delle due figure è stata tratteggiata e valorizzata nella propria specificità e ricchezza, i due diversi messaggi sono stati colti e centrati nella loro essenzialità e nel proprio rigore.
Sullo sfondo suggestivo degli scenari padani – il fiume, la cascina, la pianura – è stata ripercorsa la vicenda di don Mazzolari. Un parroco che non si teneva al riparo “del fiume della vita” per immergersi nelle sofferenze della sua gente; che sapeva “uscire di casa e di Chiesa” per rivolgersi al cuore dei lontani; che sapeva inoltrarsi “nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini” per farsi carico delle domande anche scomode dell’uomo e della storia del suo tempo.
Attingendo ai testi mazzolariani – La Parrocchia, La più bella avventura, La Via crucis del povero – Papa Francesco ha sposato

le proposte di una Chiesa “povera per e con i poveri”, priva di atteggiamenti elitari o di impostazioni spiritualistiche, capace di incontrare ogni uomo nella concretezza della propria storia

e di offrire un amore fattivo, da “focolare che non conosce assenze”.


Ricordando le note parole di Paolo VI, “camminava avanti con passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro!”, Papa Francesco non ha taciuto difficoltà e amarezze sofferte da don Primo, ma ne ha lodato l’obbedienza vissuta “in piedi, da adulto”, invitando chi non abbia finora raccolto la sua lezione a “farne tesoro”.
Diverso il tono e il contenuto dell’intervento dedicato a Milani. Parlando di fronte a coloro che ne furono allievi, ha rievocato la passione educativa del parroco di Barbiana: egli coglieva nella parola – che la sua scuola restituiva a chi ne era privo –

la chiave essenziale per l’acquisizione di dignità, libertà, giustizia, fede consapevole.

Un messaggio valido oggi più di ieri di fronte alla confusione dei linguaggi contemporanei. Ma anche la scuola, ha ricordato Francesco, era frutto della “fede totalizzante” di don Lorenzo, una fede rievocata attraverso le parole della sua guida spirituale don Raffele Bensi, e della mamma di don Milani, convinta che il figlio aveva trovato nella religione e nella vocazione sacerdotale quell’Assoluto di cui era in cerca.

“Una fede schietta, non annacquata”, vissuta con un amore alla Chiesa che non permetteva “fratture o abbandoni”, ha sottolineato il Papa.

Bergoglio non ha neppure voluto tacere che il suo gesto rispondeva a una richiesta di riconoscimento più volte fatta, inutilmente, da don Lorenzo al suo vescovo. “Oggi lo fa il vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa”.

Il prete “trasparente e duro come un diamante”, secondo le parole di don Bensi, e il “parroco dei lontani”, per il quale è anche avviato il processo di beatificazione, sono finalmente riconosciuti e indicati come testimoni del Vangelo e maestri di umanità. Il Signore aiuti la sua Chiesa a non ignorare i profeti che suscita, ha concluso il Papa a Bozzolo, “perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni”.

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