Corpus Domini. Cardinale Ravasi: “Un intreccio di liturgia, arte e teologia”

Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, riflette sulle radici e sull'attualità di una delle solennità del calendario liturgico più sentite nella devozione popolare

(Foto: Siciliani-Gennari/Sir)

Per la prima volta, quest’anno, la celebrazione “romana” del Corpus Domini sarà di domenica – 18 giugno – e non di giovedì – 15 giugno -, come da calendario liturgico. Lo ha deciso Papa Francesco, che si è soffermato indirettamente sulla centralità della solennità liturgica anche nel primo messaggio per la Giornata mondiale dei poveri: “Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli”. Ne abbiamo parlato con il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura.

Quali sono le radici della festa del Corpus Domini?
La festa del Corpus Domini, una delle celebrazioni ormai secolari all’intero della storia della Chiesa, è un intreccio di liturgia, con la festa e la processione; di arte, perché si dà il via all’erezione del Duomo di Orvieto, uno dei capolavori assoluti del gotico italiano; e di teologia.

Il miracolo eucaristico di Bolsena

Abbiamo tutti presente, nelle Stanze di Raffaello, l’affresco della Messa o Miracolo di Bolsena: la rappresentazione del prete boemo che, in pellegrinaggio da Praga a Roma, fa tappa a Bolsena e celebra l’Eucaristia sulla tomba della martire Cristina. Il dubbio, la crisi di fede durante la consacrazione e l’ostia che sanguina e macchia il corporale. Prima, dunque, c’è l’aspetto miracolistico, che viene però subito trasformato in liturgia e in riflessione teologica. Urbano IV, un anno dopo il miracolo eucaristico, nel 1264 istituisce la solennità del Corpus Domini, con la famosa bolla “Transiturus de hoc mundo”, di cui tra l’altro si conserva una copia antichissima, forse addirittura più antica di quella custodita dall’Archivio Vaticano, nell’Archivio diocesano di Novara. Da quel momento, inoltre, si ripropone il lungo filone della riflessione teologica iniziata già nel Medioevo e che ha avuto una delle grandi svolte con la Riforma di Lutero, sotto questo aspetto ancora cattolico, cioè fermo alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Tornando alle Stanze di Raffaello, nella Stanza della Segnatura c’è la Disputa sul sacramento: al centro l’ostensione che regge l’Eucaristia, a simbolizzare la presenza di Cristo nella storia; in alto tutta la Trinità convocata, con l’adorazione e le schiere degli angeli; in basso i teologi e i dottori della Chiesa, tra i quali Raffaello inserisce Dante e Savonarola: la vita della Chiesa e la cultura, entrambe protese verso l’Eucaristia. Occorre ritrovare queste radici, per evitare che le celebrazioni siano soltanto qualcosa di folcloristico. Il Corpus Domini c’è già in ogni domenica, e in modo particolare nel Giovedì Santo. Ricordare le tre componenti – liturgia, arte e teologia – permette di celebrare la festa del Corpus Domini in maniera migliore.

L’arte è dunque un “ponte” tra la liturgia e la teologia?
L’arte nella Chiesa è la prima forma di catechesi. Basti pensare ai pittori senesi del Trecento: nell’articolo 1 del loro statuto, si definivano i manifestatori delle verità della fede agli uomini che “non sanno di lettere”.

Il Miracolo di Bolsena nella Stanza di Eliodoro, la Disputa sul Sacramento nella Stanza della Segnatura, sono forme di teologia attorno all’Eucaristia, che appartengono al cuore delle radici cristiane.

La processione del Corpus Domini è una delle più sentite, a livello di religiosità popolare, non solo in Italia. Quale rilievo assume?
La processione è uno dei grandi simboli che caratterizzano le celebrazioni del Corpus Domini: la Chiesa pellegrina all’interno della storia e per le vie della città. Le radici storiche derivano dal fatto che nel 1264 il corporale con il sangue sgorgato dall’ostia consacrata venne portato da Bolsena processionalmente ad Orvieto. Successivamente la processione del Corpus Domini è diventata la processione principale, in tutti i villaggi, oltre a quella dell’Assunta e del Santo patrono di ogni città. La processione ha un duplice significato: di santificazione del quotidiano, che consiste nel portare nella vita di tutti i giorni la presenza divina, e di testimonianza della fede in un mondo anche secolarizzato. Oggi la secolarizzazione è tale che questo aspetto tende a diminuire sempre di più. Un esempio per tutti, le processioni che si facevano un tempo dalla casa alla chiesa e dalla chiesa al cimitero. Oggi non si fanno più, neanche nei piccoli centri, al massimo si va al cimitero se è vicino, altrimenti si preferisce il trasporto in macchina. In una società secolarizzata, che non riconosce più i segni del divino, questo tipo di testimonianza viene meno.

Di qui, paradossalmente, la crescente importanza delle processioni, anche per ricordare a un mondo distratto – che sia credente o non credente – i grandi segni religiosi.

Nell’omelia della sua prima Messa del Corpus Domini da vescovo di Roma, Francesco ha usato il termine “condivisione”, nell’ultima il verbo “spezzare”, che nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale dei poveri, citando proprio il Corpo di Cristo, ha coniugato associandolo al volto dei più poveri. Quale messaggio, per la Chiesa “in uscita”?
La dimensione della condivisione è radicata nella festa del Corpus Domini. Se ci sono divisioni, squilibri, se la comunità è divisa tra miseri e ricchi, allora l’Eucaristia non si può celebrare, ammonisce san Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Papa Francesco conferma questa radicalità, si pone nella linea della tradizione che la stessa liturgia esalta. Il Corpus Domini è inizialmente collegato alla tavola:

il banchetto ideale è nel pane, non solo nel pane spezzato che unisce i singoli fratelli tra di loro, ma nella carità di un pane spezzato al mondo.

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