Don Mazzolari e i Pontefici, storia di un avvicinamento. “Anch’io voglio bene al Papa”

Gli incontri del parroco cremonese con i successori di Pietro, da Benedetto XV a Giovanni XXIII. Un rapporto tante volte difficile, ma sempre nel solco della fedeltà alla Chiesa e al Santo Padre. Le parole emblematiche di Roncalli e il riconoscimento postumo di Paolo VI

(Foto: Archivio Fondazione Mazzolari)

Il libro “Anch’io voglio bene al Papa” nasce da un’intuizione di don Primo Mazzolari per commemorare l’anno giubilare di Pio XII. Il parroco cremonese pensa di fare cosa gradita, confortato dalla prima reazione del suo vescovo, mons. Giovanni Cazzani: “L’ho letto come d’un fiato, e mi è proprio piaciuto”. In verità, al Santo Padre il volume non è piaciuto affatto, come ha rivelato mons. Giovanni Battista Montini, allora sostituto della Segreteria di Stato, al vescovo di Brescia Giacinto Tredici: il parroco di Bozzolo ha scritto del Papa in modo “troppo umano”. Dopo la condanna de “La più bella avventura” nel 1935, non c’era forse da aspettarsi di meglio.
L’intenzionalità benevola di don Mazzolari verso Pio XII ha sbattuto contro l’improbabile condivisione di alcune affermazioni, come ad esempio:

“Anche il Papa è un povero, il povero del Signore”;

“Anch’egli è un povero, un questuante: anch’egli ha bisogno di essere benedetto dall’ultimo de’ suoi figlioli per poter rispondere alle tremende responsabilità cui la divina Provvidenza volle chiamarlo”.
Il terzo capitolo del libro iniziava con una confessione: “Sono andato in Vaticano in tempo di guerra. Ho visto Benedetto XV nel ’17; Pio XII nel ’41. Per questo i ricordi delle mie visite sono poco festosi. Davanti al Papa che soffre, non c’è posto per la retorica”. In realtà don Primo, talora poco preciso nelle date, era stato a Roma nel maggio 1918, pronto a ricevere la nomina di cappellano militare prima di partire con il 19° nucleo delle Truppe ausiliarie in Francia. Nell’occasione era rimasto deluso di fronte alla basilica di San Pietro, così fredda da non favorire “l’animo di inginocchiarmi e dire una preghiera”.
Il secondo appuntamento di Mazzolari con il Papa avviene di nuovo in tempo di guerra. Egli lo racconta in un articolo pubblicato l’11 ottobre 1941 sul quotidiano “L’Italia” di Milano. Titolo: “Ho visto il Papa”. Mazzolari riferisce che la domenica precedente era salito nella Sala del tronetto, “tra la noncuranza degli Svizzeri e l’indifferenza dei marmi”, in compagnia di una settantina di scrittori cattolici.

L’udienza con Pio XII è durata un’ora e don Primo ha potuto raccomandare alla preghiera del Papa i suoi 450 giovani soldati bozzolesi sotto le armi.

Con ogni probabilità, in seguito a quell’incontro si è fatta strada l’idea del libro “Anch’io voglio bene al Papa”, sgradito in Vaticano come il successivo, “La carità del Papa”, scritto nel 1956 dopo frequenti viaggi infrasettimanali nella capitale. Quest’ultimo progetto è stato sponsorizzato da mons. Baldelli, presidente della Pontifica Opera di Assistenza, con l’intento di celebrare l’80° compleanno del Santo Padre attraverso un elogio della sua operosa carità durante la seconda guerra mondiale. Però ci son voluti 34 anni prima di vederlo in una libreria.
Solo con Giovanni XXIII la musica cambia. Il celebre incontro del 5 febbraio 1959 è stato un evento straordinario, tanto più importante perché osteggiato fino all’ultimo. Il saluto benevolo del Papa ha chiuso un capitolo doloroso: “Ecco la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana”. Sul diario personale don Primo commenta l’incontro con parole di gioia: “Esco contento. Ho dimenticato tutto”.

Amarezze e incomprensioni sono diventate gradualmente un ricordo lontano, ma solo dopo la morte del prete di Bozzolo, avvenuta il 12 aprile 1959.

Col passare degli anni e con l’avvicendarsi dei Papi, ciascuno a suo modo ha voluto rendere omaggio al parroco dei lontani. Il 1° maggio 1970 Paolo VI, mentre benediceva la lampada da deporre sulla tomba di don Primo nella chiesa di San Pietro a Bozzolo, ha ammesso che don Mazzolari “camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro!”. Persino Giovanni Paolo I, protagonista di un brevissimo Pontificato, ha confessato durante alcune conversazioni col teologo don Germano Pattaro: “Don Primo fu un uomo leale, un cristiano vero, un prete che cammina con Dio, sincero e ardente. Un pastore che conosce il soffrire e vede lontano”.
Il resto è storia recente. Nell’udienza del 1° aprile 2009, in occasione del 50° della morte di don Primo, Benedetto XVI ne ha elogiato il

“profilo sacerdotale limpido di alta umanità e di filiale fedeltà al messaggio cristiano e alla Chiesa”.

Papa Francesco, prima di inviare una rosa d’argento da collocare sulla tomba, nel 2016 ha scritto un testo autografo per presentare il volume “La parola ai poveri”: “Don Primo Mazzolari, sacerdote coraggioso, ci ricorda che i poveri sono la vera ricchezza della Chiesa, i poveri sono l’unica salvezza del mondo!”.
Il prossimo 20 giugno Francesco giungerà a Bozzolo per rendere omaggio di persona al prete di periferia, all’amico dei poveri. Come si intuisce, il vento è cambiato. Piano piano. Quando don Primo scriveva “Anch’io voglio bene al papa”, Roma non gradiva. Ora, da qualche decennio, è il Papa in carica a dire “Anch’io voglio bene a don Primo”. E lui, l’apostolo della misericordia, avrà di che sorridere in cielo…

(*) presidente Fondazione Mazzolari; postulatore della Causa di beatificazione

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