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Papa Francesco ai vescovi italiani: una meditazione con respiro e passo sinodale

Un discorso che, pur essendo stato consegnato per più tardi, si è convertito in una meditazione intima, al termine di un incontro ravvicinato e "coinvolgente", in cui l'elezione del nuovo presidente della Cei va vissuta come "un segno d’amore alla Santa Madre Chiesa, amore vissuto con discernimento spirituale e pastorale, secondo una sintesi che è anch’essa dono dello Spirito"

(Siciliani-Gennari/SIR)

Papa Francesco non ha letto la “meditazione” che aveva preparato per introdurre i lavori della 70a Assemblea generale della Cei. Ha detto che l’aveva scritta come un servizio per aiutare la Conferenza “ad andare avanti e così dare più frutti” e l’ha consegnata perché ciascun vescovo la ricevesse e la meditasse al termine dell’incontro. Dopo alcune parole di ringraziamento al cardinale Bagnasco e un’esortazione ad un dialogo sincero e aperto, il Santo Padre ha introdotto una dinamica in cui “respiro e passo sinodale rivelano ciò che siamo e il dinamismo di comunione che anima le nostre decisioni”.
Nel leggere la meditazione che ci accingiamo a commentare, è importante tenere conto di questo gesto di Francesco di compiere

un passo di collegialità ponendosi all’ascolto dei suoi fratelli nell’episcopato, anche “disposto a sentire opinioni non piacevoli”.

Occorre riconoscere la sua buona dose di buonumore e di fiducia nello Spirito, nell’invitare i vescovi a parlare prima di consegnare loro da leggere quello che aveva pensato di dire.
Il discorso o meditazione si articola ritmato in cinque invocazioni allo Spirito Santo.
Nell’invocazione iniziale chiede allo Spirito il suo dono primario che consiste – dice il Papa – nel “convenire in unum, disponibili a condividere tempo, ascolto, creatività e consolazione”.
In questo ambito spirituale della collegialità a cui ci apre Francesco e che invita a riprodurre in ogni Chiesa particolare, pronuncia la seconda invocazione allo Spirito Santo, che mira a illuminare i cuori. Il “soave persuasore dell’uomo interiore” è invocato affinché “visiti” la sua Chiesa. Il Papa propone qui, come materia di meditazione, la lettura delle Lettere alle sette Chiese dell’Apocalisse, che definisce come “il grande libro della speranza cristiana”. Si tratta di punti per un esame di coscienza pastorale con lo sguardo puntato a discernere “cosa vuole curare” lo Spirito nella sua Chiesa.

I rimproveri, dice il Santo Padre, non sono per deprimersi o soffermarvisi: “nascono dall’amore e all’amore conducono”.

Il tono dell’Apocalisse è molto appropriato perché ha quella sapienza che mescola “dolce-salato-dolce”.
Due citazioni – una di Paolo VI, all’inizio della seconda sessione del Concilio Vaticano II, e un’altra di D. Bonhoeffer – abbracciano con grande speranza ciò che deve essere purificato. Con Paolo VI, il Papa restituisce all’Assemblea “l’amore, la freschezza e l’entusiasmo” del Concilio Vaticano II come un’origine vicina dove recuperare la consolazione dell’amore primario, quello che la Chiesa di Efeso ha lasciato raffreddare. Con il martire luterano Bonhoeffer e il suo appello a non lasciare cadere una grazia che ci è stata data “a caro prezzo” con atteggiamenti di “compromesso, indecisione calcolata e l’insidia dell’ambiguità”, il Papa esorta la Chiesa italiana a lasciarsi “scuotere, purificare e consolare”.

In mezzo ci sono le tentazioni della “stanchezza”, della “mondanità spirituale”, della mancanza di “concretezza” e dell’”apparenza”, a cui lo Spirito oppone la “sorprendente iniziativa di Dio”, lo “sguardo del Signore presente in tanti fratelli umiliati”, i “sentimenti e i gesti (concreti) di Gesù” e la coerenza cristiana.

La dinamica della meditazione colloca queste tentazioni e queste grazie sotto l’azione dello Spirito, a cui il Papa rivolge la supplica: “Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato”.
Le ultime due grazie che il Papa chiede e fa chiedere ai pastori sono la grazia del discernimento e la grazia della carità pastorale. Il discernimento del “tempo di grazia” (kairos) che stiamo vivendo. In questo i vescovi hanno la “responsabilità di riconoscerlo, accettarlo e assecondarlo con docilità”. L’invito a questa carità pastorale per “pascere la Chiesa di Dio” con la “compassione del Padre misericordioso” e con un “animo forte e generoso” fa appello all’intercessione di santa Teresa del Bambino Gesù, che Papa Francesco tanto ama, e che affermava: “Solo l’amore fa agire le membra della Chiesa”.
Per se stesso, il Santo Padre chiede la preghiera, come sempre, per poter sviluppare “con voi e per voi” la sua missione “fino in fondo”.
La meditazione si conclude con un’ultima invocazione allo Spirito: “Vieni, Santo Spirito. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna”. Amen.
Un discorso che, pur essendo stato consegnato per più tardi, si è convertito in una meditazione intima, al termine di un incontro ravvicinato e “coinvolgente”, in cui l’elezione del nuovo presidente della Cei va vissuta come “un segno d’amore alla Santa Madre Chiesa, amore vissuto con discernimento spirituale e pastorale, secondo una sintesi che è anch’essa dono dello Spirito”.

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