Giornata di preghiera per le vocazioni 2017: la missione richiede coraggio, audacia e fantasia

Gesù invia in missione chi ha condiviso con lui sogni e realtà, forza e debolezza, bellezza e gratitudine. Egli affida questo compito a chi gli ha consegnato, senza riserve, la propria vita; prima di avere il Vangelo sulle labbra, i discepoli sono chiamati a custodirlo nel cuore. È bello sapere che ogni giorno Dio accarezza la nostra paura, ci rimette in piedi instillandoci una goccia di coraggio: “Alzati, va’ e non temere”. E lo ripete anche a noi timorosi e a volte sfiduciati, per ritrovare, giorno dopo giorno, l’infinita pazienza di ricominciare

“Chi si è lasciato attrarre dalla voce di Dio e si è messo alla sequela di Gesù scopre ben presto, dentro di sé, l’insopprimibile desiderio di portare la Buona Notizia ai fratelli”. Con queste parole Papa Francesco introduce il suo messaggio per la 54ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che si celebra in tutte le comunità cristiane domenica 7 maggio. Lo slogan biblico che ha ispirato in questi mesi il cammino vocazionale della Chiesa italiana è: “Alzati, va’ e non temere”. Esso ci aiuta a fare memoria di molte storie di vocazione, in cui il Signore invita i chiamati a uscire da sé per essere dono per gli altri; ad essi affida una missione e li rassicura con una benedizione costante: “Non temere… io sono con te!”. È una benedizione di Dio che si fa incoraggiamento costante e appassionato per poter andare oltre le paure che rinchiudono in se stessi e paralizzano ogni desiderio di bene.
“Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare” (Evangelii Gaudium, 273). Così Papa Francesco dà un colpo d’ala alle nostre vite, per andare al di là di bisogni e desideri, oltre la propria autorealizzazione. Io “sono” una missione, e non semplicemente io “ho” una missione; la prospettiva viene radicalmente rovesciata, si passa dal piano dell’avere al piano dell’essere.

Avere significa possedere qualcosa e farla propria. Essere, invece, sa contemplare e gioire con stupore e gratitudine; e si proietta in avanti per immaginare altri orizzonti di bellezza e di meraviglia.

Essere una missione richiede coraggio, audacia, fantasia e voglia di andare sempre oltre.

“La missione è qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi” (Evangelii Gaudium, 273). Nei giorni scorsi si è svolta, nelle chiese di Puglia, la settimana vocazionale nazionale, culminata con la celebrazione della Giornata di preghiera per le vocazioni nella Cattedrale di Molfetta. È un’esperienza intensa che coinvolge tutte le scelte vocazionali, e si proietta nell’orizzonte del prossimo Sinodo 2018: “Giovani, fede e discernimento vocazionale”. Con un messaggio forte e incisivo che, in questi giorni, si sparge come seme buono nei solchi delle comunità cristiane: Gesù invia in missione chi ha condiviso con lui sogni e realtà, forza e debolezza, bellezza e gratitudine. Egli affida questo compito a chi gli ha consegnato, senza riserve, la propria vita;

prima di avere il Vangelo sulle labbra, i discepoli sono chiamati a custodirlo nel cuore.

È bello sapere che ogni giorno Dio accarezza la nostra paura, ci rimette in piedi instillandoci una goccia di coraggio: “Alzati, va’ e non temere”. E lo ripete anche a noi timorosi e a volte sfiduciati, per ritrovare, giorno dopo giorno, l’infinita pazienza di ricominciare. Frère Roger Schutz, fondatore della comunità di Taizé, può aiutarci a cogliere il nucleo profondo dell’essere annuncio e missione: “La mia vita consiste nel discernere negli altri ciò che li devasta e ciò che li rallegra, e nel comunicare profondamente con la loro sofferenza e la loro gioia”.
(*) direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la pastorale delle vocazioni

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