Diritto allo sviluppo: l’attualità della Populorum progressio e i ritardi sulla via della giustizia globale

Mezzo secolo dopo, il documento redatto da Papa Montini conserva gli elementi di freschezza e di "profezia" che lo contraddistinsero alla sua pubblicazione, pur essendo completamente cambiati gli scenari internazionali

Sono trascorsi 50 anni dalla data di pubblicazione dell’enciclica Populorum progressio di Paolo VI, il 26 marzo 1967. Raccogliendo e ampliando molte suggestioni e appelli del Concilio Vaticano II, Papa Montini volle regalare alla Chiesa non solo una nuova enciclica, ma un nuovo tema, lo sviluppo dei popoli, su cui rinnovare il magistero e l’azione sociale della Chiesa.
Un tema, quello dello sviluppo, ripreso, vent’anni dopo da Giovanni Paolo II, nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, e da Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in veritate, quarant’anni dopo, con nuove attualizzazioni. Al centro dell’enciclica di Paolo VI c’era – al dire del card. Piero Pavan – l’espressione “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”.

La pace non solo chiede il disarmo, come aveva scritto Giovanni XXIII nella Pacem in terris (1963), ma chiede anche una nuova storia di condivisione, di cooperazione tra i popoli ricchi e poveri del mondo.

Senza sviluppo – ricordava il card. Pavan, in un messaggio che ha una grande attualità – cresce la miseria e con essa “la rabbia dei poveri”, nascono squilibri e contrapposizioni sociali, si alimentano dittature, scoppiano le guerre, si generano inevitabilmente migrazioni forzate.
Lo sviluppo a cui guardava il Pontefice lombardo è anzitutto integrale, non deriva semplicemente dalla crescita economica, ma “per essere autentico deve essere… volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo” (n. 14), altro messaggio di profonda attualità. La cultura, la spiritualità, la salute, gli affetti di ogni persona devono trovare attenzione e sostegno nei progetti di sviluppo, accanto alla crescita del lavoro e delle strutture economiche.
Lo sviluppo, poi, ricerca la giustizia, cioè riduce le disuguaglianze, combatte le discriminazioni, libera l’uomo e lo rende responsabile:

per questo, nel 2001, il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa parlerà di “diritto allo sviluppo”.

Chi è artefice dello sviluppo, si domanda Paolo VI? Lo sviluppo è responsabilità di tutti: delle singole persone e delle famiglie (n. 36), dei corpi intermedi (n. 38), dei poteri pubblici (n. 33), evitando forme di collettivizzazione e di pianificazione arbitraria, ma anche riforme agrarie o programmi d’industrializzazione improvvisati o precipitosi.
Dalla Populorum progressio nasce il ’68 cattolico, ricco di nuove storie associative laicali informate dalla cooperazione e dal volontariato internazionale (Mani Tese, Focsiv, Emmaus…), dal volontariato per i poveri (la Comunità di S. Egidio, il Gruppo Abele, l’Associazione Papa Giovanni XXIII, Loppiano…), dall’obiezione di coscienza alle armi.

Forti del magistero e della storia sociale inaugurate dall’enciclica, oggi lo sviluppo, senza perdere i suoi caratteri di integralità e di giustizia, si fonda su uno stile di vita, di consumi che condivide, partecipa, non spreca;

nasce da un’economia di comunione che rinnova la storia di mutualità in diversi mondi (economia, finanza, stampa, associazionismo); regala tempo agli altri, con nuove storie di volontariato e di servizio civile, di impegno sociale e politico, sul territorio e internazionale: sono la declinazione dei tre doveri che Paolo VI ricordava nell’enciclica: “Dovere di solidarietà, cioè l’aiuto che le nazioni ricche devono prestare ai Paesi in via di sviluppo; dovere di giustizia sociale, cioè la riorganizzazione in termini più corretti delle relazioni commerciali scorrette tra popoli forti e popoli deboli; dovere di carità universale, cioè la promozione di un mondo più umano per tutti” (n. 44).

(*) direttore generale Fondazione Migrantes, arcivescovo eletto di Ferrara-Comacchio

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