Cinema: censura cattolica? Non esiste. Il servizio positivo della Commissione Cei

La Commissione nazionale valutazione film della Conferenza episcopale italiana, guidata da don Davide Milani, è impegnata in un progetto di revisione e rilancio. “Abbiamo avviato un percorso - spiega il presidente - per far sì che la Commissione sia al passo con i cambiamenti del settore cinematografico e audiovisivo. Certo, trattandosi di un organo Cei, ci sono dei passaggi formali da compiere, ma intanto la strada è stata aperta. L’obiettivo è rendere il nostro servizio più dinamico, adatto ai tempi e meno meccanico”. Nel solco di una tradizione iniziata negli anni Trenta del secolo scorso

Chi l’avrebbe mai detto? La censura cinematografica cattolica in Italia non esiste. Quella che può sembrare come la scoperta del 2016, altro non è che un dato di fatto che accompagna da sempre il servizio della Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Conferenza episcopale italiana. Spesso confuso come sanzione e adombrato da un alone di negatività, il lavoro della Cnvf si muove in direzione contraria rispetto alle critiche ricevute. E lo conferma con chiarezza il presidente della Commissione, don Davide Milani, mentre è impegnato in un progetto di revisione e rilancio di questo organismo tecnico-pastorale della Cei. “Abbiamo avviato un percorso – spiega – per far sì che la Commissione sia al passo con i cambiamenti del settore cinematografico e audiovisivo. Certo, trattandosi di un organo Cei, ci sono dei passaggi formali da compiere, ma intanto la strada è stata aperta. L’obiettivo è rendere il nostro servizio più dinamico, adatto ai tempi e meno meccanico”.

Ma come si fa a rendere dinamico un contributo che viene visto come censura? “Bisogna sgombrare il campo, una volta per tutte, da un equivoco di fondo:

non si tratta di censura.

Il nostro – ribadisce Milani – è un compito positivo, è un servizio reso alle famiglie, alle comunità cristiane, ma anche al mondo della cultura in generale. È ovvio che il nostro è un punto di vista ben preciso – quello cattolico – che, però, senza pregiudizi e preconcetti, guarda le opere, le legge, le analizza, a partire dall’esperienza condivisa di chi conosce il cinema”. È su questa linea che si muovono i 18 commissari che compongono la Cnvf. Tra questi figurano laici e religiosi a diverso titolo impegnati nel settore della comunicazione sociale e dei media, oltre a docenti, giornalisti ed esperti. Tre le prospettive di lettura che ne guidano il lavoro: il valore artistico, il profilo morale e l’uso pastorale del film. Gli ultimi due criteri di valutazione (profilo morale e uso pastorale) rispondono a finalità tipicamente ecclesiali senza ovviamente la pretesa di esaurire, in queste due prospettive, tutte le altre possibili letture. Infatti, chiarisce il presidente Cnvf,

“quando guardiamo il film, non siamo preoccupati di far entrare l’espressione artistica altrui in una griglia precostituita, ma ci lasciamo provocare da questa, cercando di restituire le nostre sensazioni in un giudizio che poi verrà utilizzato da parrocchie, sale della comunità, singoli, docenti, associazioni… Insomma, i destinatari sono vari ed eterogenei”.

Una storia preziosa. Per dare contezza del grande impegno svolto dalla Commissione, dagli anni Trenta del secolo scorso (quando si chiamava ancora Centro Cattolico Cinematografico) ad oggi, bisogna ricordare alcuni numeri: 150 “Segnalazioni Cinematografiche” (pubblicate in cartaceo fino al 2010, con cadenza semestrale); quasi 7mila film recensiti on line, dal 1997 ad oggi; 250/300 pellicole analizzate ogni anno, con picchi superiori nel periodo d’oro del cinema; tanti percorsi tematici offerti dal sito, insieme ai campi di ricerca che si possono effettuare.

 

“È una storia preziosa – sottolinea Milani – che ha attraversato tutti i principali snodi socio-culturali del Paese. Pensiamo, ad esempio, ai 150 volumi cartacei che consentono di ricostruire tutta la storia cinematografica, compresi i film di cui nessuno ha mai dato conto. E le valutazioni danno quel di più che altri volumi non hanno. Oppure pensiamo agli anni Sessanta, quando su 12mila schermi in Italia, 6mila erano parrocchiali e dal lavoro della Commissione dipendevano quindi metà delle sale italiane”.

Aperti al cambiamento. È proprio vero, allora, che a ripercorrere i vari decenni – dagli anni Trenta ad oggi – s’incrociano i grandi sviluppi del cinema, del costume, della cultura e della società. Cambiamenti che la Cnvf ha saputo affrontare, guardando sempre al futuro. L’ultimo, a livello temporale, è avvenuto nel 2008, sotto la presidenza di monsignor Dario Edoardo Viganò, ora prefetto della Segreteria vaticana per le comunicazioni: vennero introdotte delle modifiche al regolamento della Commissione e ai criteri di valutazione dei film (fermi agli anni Ottanta). Alla luce di quelle novità, è stato intrapreso, in questi ultimi anni, un cammino di rinnovamento prima con don Ivan Maffeis, presidente dal 2014 al 2016, e ora con don Milani. “L’obiettivo – illustra l’attuale presidente – è di utilizzare un linguaggio comprensibile dagli utenti e di integrare le innovazioni del settore, sotto il profilo fruitivo e tecnologico. Per questo, immagino dei

criteri di valutazione dinamici,

che riescano a parlare ai nuovi contesti di visione. Quindi, mentre formuliamo la valutazione del film, diventa imprescindibile tenere conto dell’ambiente in cui l’opera viene vista”. E qui torna il discorso della censura: “La Commissione – puntualizza ancora il presidente – non alza la paletta verde o rossa per indicare se il film può essere visto o meno. Non è questo! Noi cerchiamo, invece, di accompagnare lo spettatore per essere fruitore consapevole di un linguaggio comunicativo ben preciso – il film -, che risponde ai suoi codici. Non è un’operazione semplice come sembra: come nel calcio, tutti credono di avere le competenze necessarie per fare analisi tecniche. Il lavoro della Cnvf vuole fornire questo supporto critico”.

Ma come viene valutato un film? “Qui è necessaria una premessa importante”, osserva Milani:

“La valutazione non funziona se decontestualizzata dal contesto di visione. In assoluto funziona poco definire un film accettabile o meno. Invece, c’è un film adatto per lo spettatore in quanto risponde al suo grado di preparazione, al contesto in cui ne fruisce, agli strumenti che ha a disposizione per comprenderlo al momento della visione”.

Attualmente i film vengono classificati con due parole: la prima esprime la valutazione globale, mentre la seconda indica la facilità o difficoltà di lettura del film o la motivazione della valutazione globale. Ad esempio, raccomandabile, consigliabile, sconsigliato, futile (prima parola); semplice, velleitario, volgarità, scabroso (seconda parola). “Come dicevo – riprende Milani – non bisogna immaginare una griglia precostituita nella mente dei commissari. Le valutazioni sono delle indicazioni rivolte allo spettatore, alla sua sensibilità. Con un’identità ben precisa: la nostra, che piaccia o no, rimanda al Vangelo e all’esperienza ecclesiale. Ed è questo punto di vista a conferire autorevolezza ai nostri pareri, in un momento in cui on line si trova di tutto. Si potrebbe dire: noi ci mettiamo l’identità e questo fa la differenza. Da qui si parte per dialogare con tutti. Anzi… Per il futuro stiamo pensando, proprio, di proporre anche ai media laici le nostre valutazioni dei film”. Altro che censura!

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