Papa Francesco vola in Armenia, la più antica nazione cristiana

Sul volo di andata il Papa ha parlato anche della "grande responsabilità per garantire il bene del popolo del Regno Unito e anche il bene e la convivenza di tutto il continente europeo" dopo il referendum e della "bella notizia" della pace in Colombia tra governo e Farc. Poche parole, un saluto ad uno ad uno ai giornalisti, fotografi e operatori televisivi, prima di mettere piede nel Caucaso, a quindici anni dal viaggio di Giovanni Paolo II in questa che è considerata la più antica nazione cristiana

La pace in Colombia tra governo e Farc, e la Brexit entrano di prepotenza all’inizio del viaggio di Papa Francesco in Armenia e non poteva essere diversamente. Del risultato finale del referendum, Francesco dice di averlo appreso in aereo.
Certo questa mattina già in Vaticano si era capito che gli inglesi avevano optato per l’uscita dall’Europa: “È stata la volontà espressa del popolo”, dice a noi giornalisti sull’aereo. Certo, aggiunge, “questo chiede a tutti noi una grande responsabilità per garantire il bene del popolo del Regno Unito e anche il bene e la convivenza di tutto il continente europeo. Così mi aspetto”.
Un impegno, dunque, che richiama alla responsabilità. Sarebbe interessante capire se la responsabilità evocata si riferisca alle critiche espresse anche nel Regno Unito a proposito delle politiche sull’immigrazione che, in modo non indifferente, hanno giocato a favore dell’out. E questo, a un Papa che sin dal primo giorno di pontificato parla di accoglienza, di rispetto della persona che lascia il proprio Paese a causa di violenze, guerre e persecuzioni, certo non piace.
Quindi la Colombia, e la pace firmata. Si dice felice perché dopo cinquant’anni nel continente latinoamericano si apre una pagina nuova, e la pace non è più una semplice parola pronunciata. “È stata una bella notizia e mi auguro che i Paesi che hanno lavorato per la pace siano garanti, diano la garanzia che tutto questo vada avanti, blindino questo a tal punto che mai possa tornare, sia da dentro sia da fuori, ad uno stato di guerra. Tanti auguri per la Colombia”.
Poche parole, un saluto ad uno ad uno ai giornalisti, fotografi e operatori televisivi, prima di mettere piede nel Caucaso,

a quindici anni dal viaggio di Giovanni Paolo II in questa che è considerata la più antica nazione cristiana.

E la storia, o se volete la tradizione, ci racconta come questo sia stato possibile. Intanto un luogo: Khor Virap, cioè “prigione in profondità”. Cittadella fortificata, prima, poi monastero e quindi prigione che per 13 anni ha tenuto rinchiuso san Gregorio l’Illuminatore. Luogo tra i più sacri della nazione armena, perché proprio a san Gregorio si deve l’inizio del cristianesimo. Il re Tiridate – il Papa oggi appena giunto a Yerevan, ha varcato l’Arco che ha il suo nome e segna l’ingresso nella Cattedrale della Chiesa armena – affetto da grave malattia si è affidato proprio alle cure del monaco, facendolo uscire del profondo pozzo in cui era recluso. Una volta guarito, come ringraziamento Tiridate ha proclamato il cristianesimo religione di Stato: è il 301. Solo ottanta anni più tardi nell’Impero Romano il cristianesimo sarà religione di Stato.
Papa Francesco visita l’Armenia, dunque.
La storia di questa nazione, del suo popolo si intreccia con le pagine della Bibbia. Il monte Ararat con i suoi cinque mila e più metri di altezza domina città e valli, un territorio disseminato di grandi croci con i suoi disegni incisi. Paese circondato da nazioni a maggioranza musulmana, come l’Iran, la Siria, l’Azerbaigian. Proprio con questa ultima nazione è conflitto per un territorio, il Nagorno Karabach, strappatole al tempo di Stalin. Ci sono poi altre situazioni di tensione come l’Abcasia e l’Ossezia. E proprio per la pace si pregherà domani sera, in un incontro ecumenico nella piazza di Yerevan.

Visita che assume anche un’altra valenza significativa: i cento anni del “Grande male”, cioè le vicende accadute all’inizio del primo conflitto mondiale, 1915, che ancora pesano sulla vita di questa nazione e del suo popolo. E pesa, ancor di più, quella parola che a fatica viene pronunciata in alcuni ambienti ed è proibita nel vicino Paese turco: genocidio.

Quando Papa Wojtyla visitò la nazione armena, si recò a Tzitzernakaberd, la “Collina delle rondini” che ospita il memoriale dedicato alla memoria dei massacri del popolo armeno, sotto l’impero ottomano. Charles Aznavour, nato Aznavourian, intona una struggente Ave Maria mentre un fiore viene lasciato dai presenti, davanti alla fiamma che arde perennemente. Un muro reca incisi i nomi delle città e delle popolazioni vittime delle violenze; dodici grandi lastre di basalto inclinate ricordano le dodici province che hanno vissuto la tragedia costata la vita a più di un milione e mezzo di persone, donne uomini e bambini, nell’indifferenza delle Cancellerie europee.
Contro queste violenza si levò la voce di Benedetto XV, il Papa della guerra come inutile strage, che scrive al sultano Mehmet V: “Ci giunge dolorosissima l’eco dei gemiti di tutto un popolo, il quale nei vasti domini ottomani è sottoposto a inenarrabili sofferenze. La nazione armena ha già veduto molti dei suoi figli mandati al patibolo, moltissimi, tra i quali non pochi ecclesiastici e anche qualche vescovo, incarcerati o inviati in esilio. Ci vien riferito che intere popolazioni di villaggi e di città sono costrette ad abbandonare le loro case per trasferirsi con indicibili stenti e patimenti in lontani luoghi di concentrazione, nei quali oltre le angosce morali debbono sopportare le privazioni della più squallida miseria e le torture della fame”. È il primo genocidio del XX secolo come si legge nella dichiarazione firmata da Giovanni Paolo II e da Karekin nel 2001. Francesco, nell’omelia in san Pietro lo scorso anno, la cita compresa la parola “impronunciabile”. La domanda a questo punto è una sola: la dirà questa parola qui in Armenia?

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