Domenica 19 settembre

Am 8,4-7; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

Non è la parabola dell’amministratore disonesto perché il Signore ne salva non la furbizia, ma la capacità di pensare al futuro, a quando la disonesta ricchezza "verrà a mancare". Un suggerimento che la Chiesa ricorda a tutti gli sposi quando, nella benedizione, dice: "Sappiate riconoscere Dio nei poveri e nei sofferenti, perché essi vi accolgano un giorno nella casa del Padre". Gli amici di cui tener conto sono i poveri perché saranno essi, nel giudizio finale, a suggerire gli invitati ammessi al banchetto celeste.Papa Sisto volle Lorenzo come suo arcidiacono, con l’incarico di occuparsi delle attività caritative della diocesi di Roma. Era l’anno 257. L’anno successivo l’imperatore Valeriano ordinò l’uccisione di tutti i vescovi, presbiteri e diaconi. Papa Sisto II e sei dei suoi sette diaconi furono presi il 6 agosto e decapitati; a Lorenzo, il settimo diacono, concessero un po’ di tempo, comandandogli di consegnare tutti i beni della Chiesa. Lorenzo invece distribuì tutto ai poveri e dopo si presentò agli aguzzini indicando loro i poveri che lo avevano seguito dicendo: "Ecco, i tesori della Chiesa sono questi".Ci si serve della ricchezza, non la si serve per esserne – in realtà – posseduti. Gli imbecilli misurano il proprio valore e successo sul metro della ricchezza accumulata. Il cuore appesantito dalle "cose" è incapace di ascoltare la richiesta dell’altro e la voce di Dio che risuona nella coscienza. L’avidità fa schiavi e disumani, secondo il rimprovero che san Basilio rivolge al ricco: "Tu sei veramente povero, anzi, privo di ogni vero bene. Sei povero di amore, povero di umanità, povero di fede, povero di speranza".Il primo posto è di Dio. Il suo regno è il tesoro nascosto e la perla preziosa. Coincide con l’amore. "L’uomo, dice Benedetto XVI, diventa simile a Dio nella misura in cui diventa qualcuno che ama". Amare e volere il bene è la vocazione dell’uomo, nella quale trova la sua felicità, prima nella storia e poi nell’eternità. La ricchezza, come tutte le altre cose, va messa a servizio dell’amore, cioè di Dio, della comunione fraterna. "È con i nostri patrimoni che diventiamo fratelli", scriveva Tertulliano nei primi tempi del cristianesimo. E san Massimo di Torino, in antitesi alla miseria spirituale del ricco egoista, diceva che "l’uomo misericordioso diviene più ricco, quando comincia a possedere di meno per il fatto di donare ai poveri".Tra i beni che arricchiscono ci sono le persone, capaci di darci molto, ma che sono irriducibili a semplice strumento. Solo l’amore gratuito è all’altezza della loro dignità. Gli altri sono un bene in se stessi e devo cercare il loro bene con la stessa serietà con cui cerco il mio. Come il mercato è il luogo dello scambio dei beni materiali, così la famiglia è lo spazio della gratuità e dell’amore. Il marito è un dono per la moglie e viceversa la moglie è un dono per il marito. I genitori sono un dono per i figli e viceversa i figli sono un dono per i genitori. I fratelli sono un dono l’uno per l’altro. In una famiglia vera ognuno considera gli altri non solo come un bene utile per la propria vita, ma come un bene in se stessi, un bene insostituibile, senza prezzo. Anzi, se c’è un’attenzione preferenziale è per i più deboli: i bambini, i malati, gli anziani. Certo, gli altri sono anche un peso, da portare con amore paziente, senza tener conto del dare e dell’avere, disponibili a perdonare e a chiedere perdono.

Angelo Sceppacerca