Quarta di Avvento – Domenica 18 dicembre 2005

2Samuele 7,1-5.8-12.14.16; Romani 16,25-27; Luca 1,26-38   Ancora pochi giorni ed è Natale. Nell’aria c’è qualcosa che rivela il tempo dell’attesa, la prima a vivere questo tempo singolare di grazia è stata Maria, dopo l’annuncio dell’Angelo. La liturgia ritorna su quella pagina del Vangelo di Luca.   UNA VERGINE, MARIA. Tutta la storia della salvezza ha inizio da questo episodio. L’attesa dei profeti stava per compiersi. Più di sette secoli prima Isaia, aveva parlato di una vergine, che avrebbe concepito un figlio, l’Emmanuele, “Dio con noi”.

Il libro delle origini dava in anticipo la notizia che una donna sarebbe stata la protagonista di una storia vittoriosa, contro il serpente. Il Figlio della donna avrebbe vinto il tentatore e la colpa dei progenitori, cancellata per sempre dalla faccia della terra.

La Rivelazione ha accostato le due storie e ci ha fatto riconoscere in Maria la Vergine, preparata da Dio per la venuta del suo Figlio. Ella viene chiamata dell’Angelo “piena in grazia”, poiché lo Spirito Santo la ricopre della sua ombra.

La misteriosa espressione indica la dignità di Maria, che da tutta l’eternità è posta al vertice del disegno di Dio per la salvezza dell’umanità. Contrapposta ad Eva, che ha ceduto alla tentazione, Maria dirà il suo “sì” alla volontà di Colui che l’ha voluta esente da ogni colpa, anche originale.   LO CHIAMERAI GESÙ. Nel suo annuncio, l’Angelo per la prima volta, fa sapere a Maria, e quindi anche a noi, quale sarà l’identità del futuro Messia: “Lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.

Si coniugano insieme l’Antico e il Nuovo Testamento. Il nome Gesù, significa Dio è salvezza. La venuta del Figlio indica questa realtà, poiché i suoi connotati sono gli stessi dichiarati dai profeti: il Messia viene dalla stirpe di Davide e regna sulla casa di Giacobbe.

È, dunque, figlio di quel popolo che Dio aveva scelto, a cominciare da Abramo, nel segno dell’Alleanza. È poi chiamato, poiché lo è realmente, figlio dell’Altissimo, con lui Dio scende dal cielo sulla terra, uomo tra gli uomini, in lui si compie il mistero dell’Incarnazione. La storia ha il suo compimento, dopo il tempo dell’attesa. Ora Dio è tra noi, amico e fratello, in tutto simile a noi, tranne che nel peccato.   NULLA È IMPOSSIBILE. Il grande annuncio ha turbato Maria, che nella sua verginità e semplicità chiede all’Angelo: “Come è possibile?”.

Gabriele, dopo aver fornito adeguate informazioni, pone il suo sigillo dicendo: nulla è impossibile a Dio. Una verità che dovremmo ricordare più spesso nelle tante difficoltà che, ogni giorno, dobbiamo incontrare.

Nonostante le conquiste della scienza e delle tecnica, sentiamo di essere deboli e fragili. Di fronte ad una malattia terminale, a nulla valgono le nostre forze. Vita e morte sono nelle mani di Dio, noi non ci apparteniamo.

Ricordare questo, a Natale, non è di cattivo gusto, poiché il senso della festa è proprio qui: noi non siano più soli, dopo che il Figlio di Dio ha posto la sua tenda in mezzo a noi.

Non solo lo incontriamo ogni giorno nei poveri e negli emarginati, ma si è fermato tra noi, rinnovando ogni giorno sull’altare il sacrificio della croce. La sua presenza è in quell’Eucaristia, che adoriamo nelle nostre chiese.

Egli è l’amico che ci attende, che ci invita ad andare da lui, quando siamo affaticati e stanchi. Egli ci conforterà.

Carlo Caviglione