Irina e Nicola: gli occhi lucidi di una comunità

Lunedì scorso erano davvero tanti gli occhi lucidi nella chiesa dei santi Martino e Rosa di Conegliano alla cerimonia funebre per Irina, la giovane moldava uccisa da un atto di violenza, insieme al piccolo che portava in grembo. Nicola sarebbe stato il nome che la futura mamma gli avrebbe dato

“Al mondo di oggi manca il pianto”. In più occasioni papa Francesco ci ha avvertito di quanto sia importante piangere e di quanto poco siamo capaci di farlo. A volte tratteniamo le lacrime per pudore o per vergogna. O per non apparire deboli. O semplicemente per non lasciarci coinvolgere dalle situazioni. Dobbiamo imparare di nuovo a piangere perché – sono ancora parole del Papa – “certe realtà della vita si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime”. E lunedì scorso erano davvero tanti gli occhi lucidi nella chiesa dei santi Martino e Rosa di Conegliano alla cerimonia funebre per Irina, la giovane moldava uccisa da un atto di violenza, insieme al piccolo che portava in grembo. Nicola sarebbe stato il nome che la futura mamma gli avrebbe dato.

Gli occhi lucidi erano quelli della comunità moldava che numerosa si è stretta attorno a Gaia, la madre di Irina, e ai suoi cari. Gli occhi lucidi erano quelli di tante persone, anche italiane, presenti perché legate da diversi motivi a Irina o semplicemente perché hanno voluto testimoniare vicinanza e prossimità a una famiglia sconvolta dal dolore. Ma gli occhi lucidi erano soprattutto quelli di tante donne, moldave e italiane, giovani e anziane, che si sono sentite toccate sul vivo e interpellate personalmente da una vicenda tanto drammatica quanto insensata: una donna – come loro – è stata violata e una vita che poteva sbocciare – una maternità ormai prossima – è stata cancellata dalla violenza di un uomo. E poi c’è stato il pianto sconsolato e a dirotto di Gaia, la mamma di Irina, alla fine della celebrazione, quando il feretro è stato accompagnato all’esterno, sul sagrato della chiesa.

Commovente è stata l’intera cerimonia funebre, officiata alla presenza di tre sacerdoti cattolici da un padre moldavo e da un padre romeno. Il rito ortodosso si è manifestato nella sua originalità attraverso il canto a più voci dei celebranti, le numerose incensazioni e i ripetuti segni di croce, le sottili candele accese tenute in mano dai fedeli, il pane, la frutta e i piccoli dolci offerti alla fine della funzione come segno di condivisione… Durante la liturgia funebre sono risuonati i versetti del Salmo 118, il grande inno di lode alla Parola di Dio, e si è elevata un’implorante preghiera: “Dio degli spiriti e di ogni carne, che hai calpestato la morte e annientato la forza del diavolo e hai donato la vita al mondo: tu stesso, Signore, fa’ che l’anima della tua serva riposi in un luogo luminoso, in un luogo verdeggiante, in un luogo di riposo, da dove sono fuggiti dolore, tristezza e gemito”. Possano queste parole trovare davvero compimento e realizzarsi per Irina, questa giovane ragazza di soli vent’anni, e per il suo piccolo Nicola.

Questo intenso e partecipato momento di dolore ha svelato la presenza in mezzo a noi di una comunità – quella moldava – e di una tradizione cristiana dignitosa e composta, in parte diversa dalla nostra. Si è realizzato di fatto un inaspettato evento ecumenico: un concreto episodio di dialogo tra due chiese sorelle, quella ortodossa e quella cattolica. La colletta alle porte della chiesa, interamente destinata a sostenere le spese per il costoso rimpatrio in Moldavia della salma, è stato un concreto aiuto alle necessità della famiglia. Le rose bianche e i fiori – portati sul presbiterio alla spicciolata da tante persone – sono stati un delicato gesto di affetto per Irina. Quasi a dire – ancora una volta – che persino dal male e dalla violenza può trarre origine e poi fiorire qualche germe di bene.

“Siate coraggiosi: non abbiate paura di piangere” ha detto papa Francesco, che intravede nel pianto un necessario sussulto di umanità e un urgente appello a prendere sul serio la nostra fede. Forse dobbiamo imparare di nuovo a riconoscere e ad esprimere i nostri sentimenti, per poi passare all’azione e far fiorire anche noi semi di bene nelle nostre vite. In questo ci è maestro Gesù, che non ha avuto paura di sentire e prendere su di sé la sofferenza degli altri per divenire poi una benedizione per tutti.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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