Milano: il Papa alle Case bianche, dietro il “Forlanini”. Sperando che l’ascensore non sia guasto…

Appena giunto nel capoluogo lombardo, il prossimo 25 marzo, Francesco visiterà il popoloso e periferico quartiere alle spalle dell'aeroporto. Una delle zone più problematiche della città, a forte presenza straniera, con palazzoni dove vivono 500 famiglie: numerosi gli anziani e le persone sole. Il ruolo aggregativo della parrocchia e la solidarietà concreta espressa dalla Caritas. La sottolineatura del parroco sulla "chiesa in uscita". L'attesa di Bergoglio intanto riaccende le speranze

“Spero solo che, quando arriverà, Papa Francesco non trovi l’ascensore guasto, perché in questo palazzo si rompe un giorno sì e l’altro pure”. Anche se al 25 marzo mancano quasi quattro mesi, Concetta è già in fibrillazione per l’arrivo del Pontefice a Milano. Insieme al suo gatto, questa signora 76enne vive nelle cosiddette “Case bianche” del quartiere Salomone, decanato Forlanini. E proprio da qui, Papa Francesco ha deciso di iniziare il suo viaggio a Milano, in questo angolo periferico della città, a una manciata di chilometri dall’aeroporto di Linate, intitolato appunto a Enrico Forlanini. I forestieri che arrivano nel capoluogo lombardo si trovano davanti una distesa di palazzoni enormi a nove piani, dove il 60 per cento dei residenti è italiano, mentre gli altri abitanti sono stranieri di tutte le nazioni. Qualcuno, specie i più anziani, chiama ancora il quartiere “la Trecca”, ma si tratta di una definizione alquanto dispregiativa. In realtà quest’area, che oggi è praticamente tutta di proprietà dell’Aler (l’Azienda lombarda di edilizia residenziale di Milano), non ha mai goduto di una grande reputazione. Il complesso di edifici attuale è nato alla fine degli anni Settanta per sostituire le vecchie “case minime” messe in piedi dal fascismo negli anni ‘30, nel quartiere che allora si chiamava Caproni.

Memoria storica. “Quelle case erano davvero orrende”, ricorda Paolo, pensionato di 82 anni che vive da solo in un appartamento di 30 metri quadrati. Lui il quartiere lo conosce bene, perché lo ha vissuto. E in questi anni lo ha visto cambiare: “Furono costruite per dare alloggio ai profughi, agli indigenti e agli oppositori del regime”.

Non stupisce, allora, che Papa Francesco abbia scelto proprio il Forlanini per inaugurare la sua tappa milanese.

Appena sbarcato a Linate, Bergoglio verrà qui a visitare un paio di appartamenti e a incontrare alcune rappresentanze di rom, musulmani e famiglie italiane che compongono la zona.

Distanti da tutto. “In pratica, conoscerà il reale capitale umano di questo avamposto”, commenta don Augusto Bonora, parroco di San Galdino. “Bisogna ammettere che Papa Francesco fa sul serio quando dice che vuole una Chiesa in uscita: lui infatti ha scelto proprio la periferia, una delle più dimenticate per giunta, per cominciare il suo viaggio”. Nel suo oratorio, don Augusto raduna i bambini delle Case bianche, e poco importa che ognuno creda in un Dio che chiama con nomi diversi. Qui l’integrazione è una delle poche cose che funziona: c’è perfino un imam del vicino centro islamico che ha preso residenza formale in parrocchia. Eppure, anche se dista solo cinque chilometri dal Duomo, il decanato Forlanini appare distante da tutto. Il silenzio anomalo che scorre tra questi enormi palazzoni bianchi e squadrati è così profondo che sembra di essere in un’altra città. Ma qui vivono quasi 500 famiglie, con più di 200 anziani. Per i quali, gli unici interlocutori disponibili, ogni giorno, sono due: la parrocchia e la Caritas.

Fragilità e solitudine. “Il Forlanini è una polveriera silenziosa: è un miracolo che non sia ancora finito sui giornali per qualche tragedia”, spiega Giorgio Sarto, 72 anni, volontario veterano della Caritas all’Unità pastorale Forlanini. “Questo quartiere è la fotografia perfetta della cattiva gestione del territorio da parte delle istituzioni”. In questo sobborgo metropolitano, dove prevalgono fragilità sociale e solitudine, Giorgio rappresenta un punto di riferimento per tutti gli abitanti. Volontario alla Caritas da dieci anni, dedica il suo tempo al servizio degli ultimi, dei dimenticati. Il suo cursus honorum è iniziato nel volontariato cattolico, fino a diventare responsabile dei servizi per la terza età della Caritas. Nel suo ufficio sotterraneo, all’interno delle Case bianche, vengono a bussare tutti quelli che nel quartiere sono rimasti soli, abbandonati dalla famiglia e per i quali le istituzioni non hanno risposte. Sono per lo più  anziani, la maggior parte dei quali vive in alloggi piccolissimi, dove il soffitto imbarca acqua, con l’impianto elettrico guasto e senza riscaldamenti. “Quasi ogni settimana l’ascensore qui si rompe e smette di funzionare per giorni e giorni”, prosegue il volontario. “E per un disabile, non poter usare l’ascensore per 10-15 giorni significa rimanere bloccato dentro casa senza via d’uscita”. Un imprevisto simile si verificò anche due anni fa durante la visita dell’arcivescovo di Milano, Angelo Scola: l’ascensore non funzionava e il cardinale fu costretto a farsi a piedi nove piani di scale.

“Visita spirituale”. L’impressione, parlando con la gente del quartiere, è che malgrado la situazione non sia delle migliori, la notizia della visita di Papa Francesco abbia creato un clima di enorme attesa.

Tutti sperano che il suo arrivo qui possa finalmente cambiare qualcosa.

C’è chi si augura di avere un termosifone nuovo, chi vorrebbe un impianto elettrico funzionante, e chi, come Concetta, si accontenta di veder riparato l’ascensore. In altre parole: chiedono un miracolo. “Ecco perché io mi sforzo di far capire che sarà soprattutto una visita spirituale”, afferma con saggezza Giorgio. “Ma quando parla delle periferie esistenziali, il Pontefice dimostra di farlo con cognizione di causa. Perché già solo nel momento in cui ha annunciato di venire qui, ha restituito a queste persone qualcosa che mancava da tempo”. La speranza di un futuro migliore.

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