Don Francesco Remotti, prete degli stracci e delle beatitudini

La diocesi di Tortona l’ha voluto ricordare, a dieci anni dalla scomparsa, con un convegno al quale hanno partecipato, in tanti: amici, laici, presbiteri e i giovani delle scuole della città incantati dai racconti di una vita straordinaria

Era un prete, un uomo di Dio per gli uomini. Don Francesco Remotti non amava mettersi in prima fila, dissertare sui massimi sistemi, ma testimoniava il Vangelo, è stato un discepolo di Gesù senza freni, senza reticenze, senza timori. Una bella testimonianza fuori da ogni riflettore e microfono, senza apparenze e prime pagine, sempre e solo nel solco dell’Amore di Gesù Cristo che l’ha ispirato nella sua vita consumata per vivere le beatitudini espresse verso i fratelli. Don Remotti ha scritto poco, ha messo in pratica il Vangelo della carità, in un fascicolo suggestivamente intitolato “questo volevo dirvi” c’è la profondità di una vita. La diocesi l’ha voluto ricordare, a dieci anni dalla scomparsa, con un convegno al quale hanno partecipato, in tanti, amici, laici, presbiteri e i giovani delle scuole della città incantati dai racconti di una vita straordinaria.
Poi la sera un concerto presso la Cattedrale di Tortona, con l’Orchestra e coro della Scala di Milano diretta dal Maestro Zubin Mehta, ha impreziosito le celebrazioni. Per il mite, risoluto, umile e perseverante don Remotti, il prete che ha vissuto le beatitudini, tutto questo clamore non sarebbe piaciuto, perché lui nella sua lunga e bella vita spesa per Dio e gli uomini, era sempre pronta a rendersi utile, a progettare l’impossibile per coloro che indifesi, malati, disabili, profughi, disperati aveva accolto grazie a un grande cuore. Per molti era semplicemente “il prete degli stracci” perché la raccolta degli indumenti in cinquant’anni di vita della Caritas aveva raggiunto tutti i punti, i borghi, di città e di montagna, di una vasta e articolata diocesi come quella tortonese facendolo conoscere davvero ovunque.
Lo hanno ricordato commossi e partecipi senza forma o circostanza ma con grande passione umana e spirituale insieme a mons. Vittorio Viola, vescovo di Tortona, gli amici Vittorio Ghisolfi, il suo successore don Cesare De Paoli e Fabrizio Palenzona, al Teatro Civico della città moderati da Matteo Colombo, giornalista de “Il Popolo” di Tortona, il settimanale diocesano che ha realizzato un bellissimo speciale sulla figura di don Remotti.
Nativo di Pozzolo Formigaro nel 1919, prete sotto le bombe nel 1942 è stato subito proiettato in quel vortice di amore che si chiama non volontariato o servizio, ma condivisione vera e concreta, scelta di vita irreversibile ed eroica, verso gli ultimi. È iniziato un percorso terminato con la morte nel 2007 in cui il silenzioso e il costante aiuto agli indifesi sono stati i fondamenti di una testimonianza cristiana davvero eccezionale nella sua ordinarietà. L’ispirazione al modello di santità di Don Orione e don Gnocchi si è sviluppato nella pietà e l’opposizione alla logica della vendetta dopo la Liberazione e l’aiuto ai profughi istriani, dalmati e del nord africa a Tortona nel dopoguerra e gli anni della ricostruzione, vivendo con loro per poi accompagnare la loro emancipazione realizzazione e integrazione nella vita della comunità tortonese e italiana.
Negli anni Cinquanta inizia ad impegnarsi nella cura e nell’aiuto dei bambini dimenticati, malati e disabili, psichici e senza l’assistenza che allora non era sostenuto se non dalla Chiesa e le sue istituzioni. Nella colonia di Caldirola sono stati accolti centinaia di giovani e poi dal 1982 a Casalnoceto, nei pressi di Tortona (dove dopo aver ereditato un pezzo di terreno) è sorta la Casa Opera Diocesana Paolo VI. La riga dei conti aveva una casella vuota è stato ricordato e la Provvidenza l’ha sempre aiutato, sotto forma di cuori e menti che hanno capito quanto amore si poteva donare. La Casa è diventata un centro per la cura e la riabilitazione di malati psichici, disabili, giovani in difficoltà, un presidio di eccellenza, dove al centro c’è la persona, soprattutto quella scartata e umiliata, abbandonata e non considerata.
L’impegno di don Remotti si è espresso in diocesi nella Caritas, dai “Carri della bontà” alla raccolta “degli stracci”, il suo impegno di direttore diocesano e uno dei fondatori dell’ufficio nazionale con don Nervo e don Pasini, si è allargato lasciando il segno oltre i confini del territorio diocesano. E i giovani, come era allora Fabrizio Palenzona, ne rimasero affascinati, diventando le braccia per dare un aiuto e un sostegno nelle emergenze dei terremoti del Friuli, dell’Irpinia, dell’Umbria. Gli angeli come la signora Giovanna Fossati e le suore che l’hanno sostenuto fino al suo successore don De Paoli e altri preti diocesani, sono stati la squadra di un orizzonte cristiano e umano da costruire insieme.

(*) “La Voce e Il Tempo” (Torino)

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