Fiato sospeso per l’Ilva. Mons. Santoro: “È necessaria una strategia più ampia del governo”

Il 10 febbraio scorso si è conclusa la prima fase dell’iter che porterà alla vendita dei complessi aziendali Ilva ai privati. L’ultima spiaggia a cui ricorre il governo per evitare un fallimento annunciato, figlio della crisi mondiale del mercato dell’acciaio che ieri ha visto alcune migliaia tra imprenditori e operai di tutta Europa marciare a Bruxelles, per chiedere alla Commissione europea il varo di dazi che proteggano il mercato dalla vendita sottocosto di acciaio proveniente dalla Cina. Per l’arcivescovo della diocesi ionica, monsignor Filippo Santoro, "si deve sviluppare una strategia di presenza nel Mediterraneo"

Taranto attende con il fiato sospeso il suo destino. Il 10 febbraio scorso si è conclusa la prima fase dell’iter che porterà alla vendita dei complessi aziendali Ilva ai privati. L’ultima spiaggia a cui ricorre il governo per evitare un fallimento annunciato, figlio della crisi mondiale del mercato dell’acciaio che ha visto alcune migliaia tra imprenditori e operai di tutta Europa marciare a Bruxelles, per chiedere alla Commissione europea il varo di dazi che proteggano il mercato dalla vendita sottocosto di acciaio proveniente dalla Cina.

Le manifestazioni d’interesse. Ilva ha fatto sapere nelle scorse ore di avere concluso “la fase di verifica della rispondenza ai criteri di ammissione” degli interessati. Dei 29 soggetti che si sono fatti avanti, 17 italiani e 12 stranieri, “sono 19 – si legge in una nota diramata da Ilva – i direttamente ammessi alla fase che prevede l’accesso alla ‘data room’ e ai siti produttivi del Gruppo, mentre a 6 soggetti è stata richiesta l’integrazione della documentazione prodotta”. Dopo aver studiato ai raggi X la situazione con l’accesso a tutta la documentazione, gli acquirenti, che potranno anche decidere di formare delle cordate, “saranno chiamati a presentare offerte vincolanti – continua il comunicato dell’Ilva – sulla base delle quali si potrà pervenire al perfezionamento dell’operazione”. Le procedure che porteranno alla vendita o all’affitto con opzione di acquisto, si dovranno concludere entro il 30 giugno prossimo, così come stabilito dall’ultima legge “salva Ilva”. Fra le aziende italiane interessate ci sono il gruppo Marcegaglia, l’Arvedi, l’Eusider, ed anche la Cassa Depositi e Prestiti, l’istituzione finanziaria italiana per l’80% di proprietà dello Stato, che rientrebbe con una quota di minoranza. Fra gli stranieri i franco-indiani dell’Arcelor Mittal, che già in passato avevano mostrato interesse per Ilva, i brasiliani della Csn Steel ed il fondo americano Erp compliant fuel.

La città in corteo. Il grande punto interrogativo sul destino della fabbrica non lascia dormire sonni tranquilli agli operai, che negli scorsi giorni hanno manifestato in tremila, paralizzando la città per chiedere certezze sul futuro occupazionale e sull’ambientalizzazione della fabbrica. Perché a Taranto, dove sono impiegati tra diretti ed indotto sedicimila lavoratori, per i veleni della grande industria si continua a morire. “Vogliamo evitare – ha ribadito il segretario provinciale della Cgil, Giuseppe Massafra – che Ilva diventi preda di una competizione internazionale più orientata alle quote di mercato dello stabilimento che alla tutela di lavoro e salute”. “Questa fabbrica è troppo grande, è troppo importante e ha creato troppi danni e lutti per poter essere esclusa da una discussione aperta e democratica sul suo futuro, sulla sua ambientalizzazione e, più in generale, sul suo ruolo nella provincia di Taranto”, ha sottolineato invece il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano. La sua proposta sull’utilizzo di forni elettrici a gas e preridotto di ferro, che servirebbero a diminuire l’impatto inquinante, ha lasciato però scontenti gli operai, che durante la marcia hanno ribadito, gridando al megafono: “Non esiste alcun piano B. Esiste solo un piano A. La fabbrica deve restare aperta”.

Il monito dell’arcivescovo. Taranto però non può continuare ad essere preda di una monocultura dell’acciaio. L’arcivescovo della diocesi ionica, monsignor Filippo Santoro, lo ha ribadito al Sir. “È necessaria una strategia più ampia del governo, che vada oltre l’Ilva e la grande industria. I dati che mi sono stati forniti, ad esempio, per quanto concerne la disoccupazione nella nostra provincia, sono allarmanti: il 54,5% dei nostri ragazzi non ha lavoro. I nostri giovani vanno via o si adattano a non far nulla. Serve che le nostre eccellenze vengano sviluppate: dal porto all’aeroporto, dalla Città vecchia, alla cultura, al turismo.

Si deve sviluppare una strategia di presenza nel Mediterraneo. Mi preoccupa tanto il divario tra Nord e Sud, che continua a crescere.

Esige un intervento preciso. Al contempo sostengo che quella che è un’emergenza, con il coinvolgimento delle piccole e medie imprese e delle autorità locali e nazionali, possa trasformarsi in una risorsa. È il messaggio della Quaresima: che dalla fragilità e dal peccato si possa passare, per la potenza del Signore, per la fede che diventa carità e solidarietà, alla resurrezione, alla ripresa, alla rinascita, anche della nostra terra ionica”.

Una buona notizia. Intanto c’è un timido segnale positivo: per il 2016 saranno 400 in meno gli esuberi in Ilva. Scende da 3.519 a 3.095 il numero massimo di lavoratori che il colosso dell’acciaio collocherà in contratto di solidarietà a Taranto. Il verbale d’accordo con i sindacati entrerà in vigore il mese prossimo e varrà per un anno.

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