Criminalità a Napoli. La ricetta giusta: più scuola, più lavoro e più sicurezza

Nel capoluogo campano la repressione non basta per fermare l'escalation di violenza e morte che sta seminando in questi ultimi tempi la camorra. Si tratta anche di una battaglia culturale che vede in prima linea impegnate la Chiesa e le associazioni, come spiegano Mario Di Costanzo (formazione socio-politca della diocesi di Napoli), don Franco Esposito (pastorale carceraria della diocesi di Napoli), Antonio Mattone (Comunità di Sant'Egidio), Vito Gurrado (Azione cattolica)

Continua a crescere il numero degli omicidi a Napoli e provincia, imputabili alla camorra,, ma sull’idea lanciata dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, di impiegare l’esercito e di abbassare l’età della punibilità, il dibattito è vivace, mentre è concorde la richiesta di più scuola, più lavoro e più sicurezza per un riscatto reale della città.

Scuola a tempo pieno. Il volto della camorra a Napoli è cambiato: ne è convinto Mario Di Costanzo, responsabile della formazione socio-politica della diocesi di Napoli, per il quale, “paradossalmente, l’aver effettuato molti arresti tra i capi ha ‘liberato’ le seconde, le terze e le quarte file della criminalità organizzata, che per la spartizione delle zone e dei traffici preferiscono l’ultima ratio dell’eliminazione dell’avversario”. In questo senso, guarda positivamente all’invio dell’esercito a Napoli: “Il suo utilizzo – evidenzia – dovrebbe servire solo per presidiare alcuni punti sensibili, per concedere più tempo all’attività investigativa delle forze di polizia e dei carabinieri”. Ma “Napoli potrà cambiare solamente quando saranno sottratti i figli alle famiglie, perché in certi ambienti è difficile che un bambino possa ricevere un’educazione normale – sostiene -. Allora, si dovrebbero promuovere scuole a tempo pieno”, ma su questo fronte “ci sono grandi responsabilità della politica, di tipo omissivo: non ricordo un politico, che in campagna elettorale o nell’azione concreta, abbia messo al centro il problema della scuola, perché non è una questione che porta voti”. Anche la società civile ha le sue colpe: “C’è una debolezza educativa e nella cultura della cittadinanza”. Non a caso, “all’interno del Consiglio pastorale diocesano di Napoli, da poco rinnovato, sono state costituite quattro commissioni, una delle quali si occuperà anche del contrasto all’evasione scolastica”. Di Costanzo rammenta anche “l’impegno di diversi parroci per formare risorse sul versante del servizio alla città e gli incontri per giovani promossi dall’ufficio per la formazione socio-politica sulla responsabilità politica”.

Non serve l’esercito. Don Franco Esposito, direttore della pastorale carceraria della diocesi di Napoli, è netto: “Quello che meno serve è proprio l’esercito per le strade; occorrono, piuttosto, una scuola a tempo pieno, telecamere che funzionino e un’attenzione maggiore alla prevenzione”. Per il sacerdote, “dovrebbero essere sostenute quelle realtà positive che possono incidere sul tessuto sociale: le case di accoglienza, le scuole, le associazioni che si impegnano sul fronte educativo”. Infatti, racconta, “nella mia esperienza ho sempre toccato con mano che bastano anche 500/600 euro al mese guadagnati con un lavoro dignitoso per aiutare a tagliare i legami con la criminalità. Ad esempio, l’anno scorso la Fondazione con il Sud ha finanziato 30 borse lavoro per giovani provenienti dal carcere e in affido presso il centro di pastorale carceraria. Ora il progetto è finito e questi giovani si ritrovano nella situazione a rischio di prima”. Sull’abbassamento dell’età punibile, don Franco non ha dubbi:

“Abbassare l’età punibile significa creare dei criminali in erba”.

Di più: “Noi speriamo che siano eliminate le carceri minorili, sostituite da case di accoglienza per detenuti ed ex detenuti. È così che le persone vengono rieducate per far uscire il bene che c’è in loro”.

Fare sinergia. “Quando ci sono omicidi a Napoli, ritorna il mantra della punibilità dei minori e dell’arrivo dell’esercito”, osserva Antonio Mattone, portavoce della Comunità di Sant’Egidio di Napoli, da sempre impegnata sia nelle carceri sia nei quartieri a rischio della periferia, “per creare una cultura della pace e del rispetto degli altri”. Rispetto alla prima questione, “le carceri sono piene di una gioventù bruciata: abbassando l’età della punibilità, non vengono scoraggiati a delinquere”. Il fenomeno della criminalità a Napoli, secondo Mattone, “è molto complesso, di conseguenza non si possono adottare soluzioni semplicistiche. C’è un problema di ritardo di anni con una generazione lasciata a se stessa. Occorre prevenire per evitare che questi ragazzini diventino baby boss.

Certo, non esiste un intervento magico: rispetto ai vari problemi sono necessarie risposte articolate.

Per contrastare il fenomeno delle baby gang, ad esempio, bisognerebbe creare una task force creata da forze dell’ordine, insegnanti, assistenti sociali, associazioni, parrocchie, adottando delle misure riguardanti anche i genitori”.

Un popolo in cammino. È un po’ scettico riguardo all’efficacia delle misure prospettate da Alfano Vito Gurrado, presidente dell’Azione cattolica di Napoli:

“La repressione non basta. È un problema, infatti, non solo di ordine pubblico, ma anche di carattere culturale”.

La società civile e la Chiesa non stanno a guardare, tanto che “è nato il movimento ‘Un popolo in cammino per la giustizia sociale, contro le camorre’, formato da parroci e associazioni, che ha già ha organizzato una manifestazione pubblica lo scorso 5 dicembre, al termine della quale c’è stato l’incontro con il prefetto per chiedere il potenziamento della scuola a tempo pieno, nuove possibilità di lavoro, più sicurezza attraverso la presenza di vigili urbani, telecamere, presidi di polizia. Ma sono passati due mesi e ancora non abbiamo avuto riscontri. A breve dovrebbe svolgersi un nuovo incontro con il prefetto”. Intanto, sabato 13 febbraio al Rione Sanità (nella chiesa di San Severo fuori le mura) c’è stato  un nuovo appuntamento per discutere le proposte e le richieste per il Governo e gli enti locali e “riscrivere il futuro della città, un futuro di lavoro e di giustizia sociale, libero dalle camorre”.

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