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Turchia: Benvenuti (Istanbul Policy Centre), “referendum ha spaccato il Paese e distrutto la coesione sociale”

“La riforma costituzionale è passata, ma è difficile definire questa come una vittoria netta per il presidente Recep Tayyip Erdogan e per il suo partito. Il 51,3% di consenso per il sì rasenta la sconfitta, considerando che il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) e il Partito del movimento nazionalista (Mhp), che insieme sostenevano la riforma, nelle scorse elezioni politiche del novembre 2015 raggiungevano insieme più del 60% dell’elettorato”. È il parere di Bianca Benvenuti, visiting researcher, Istanbul Policy Centre (Ipc), e collaboratrice dell’Istituto affari internazionali di Roma. “La campagna elettorale è stata completamente sbilanciata a favore della riforma”, aggiunge. “I due co-leader del partito filo kurdo Hdp, fervente oppositore della riforma presidenziale, sono ancora in carcere, accusati di favoreggiamento all’attività terroristica del Pkk. Anche il Chp ha avuto forti difficoltà a condurre la sua campagna per il no, mentre il fronte del sì ha potuto contare sul controllo totale dei mezzi di informazione e di stampa”. “Insomma, Erdogan e l’Akp avevano il coltello dalla parte del manico, ma non sono comunque riusciti ad aggiudicarsi una schiacciante vittoria”.
Secondo la ricercatrice, il presidente turco “raggiunge la vittoria nel momento in cui il suo popolo gli volta le spalle. Questo è ancora più ovvio se si analizza la distribuzione del voto e in particolare il fatto che il no ha vinto ad Istanbul, dove la carriera politica di Erdogan era iniziata, e anche ad Ankara e Smirne. Tre città che non solo sono le maggiori metropoli del Paese, ma sono anche ideologicamente tra loro molto diverse: Ankara più conservatrice; Smirne più progressista e storicamente roccaforte del partito kemalista Chp; Istanbul, moderna e cosmopolita”. “Di certo il referendum ha ulteriormente spaccato il Paese e distrutto la coesione sociale: Erdogan userà la mano dura per imporre questa vittoria”. Benvenuti parla di “futuro incerto” per il Paese, sia sul piano interno che internazionale. A suo avviso “il referendum rischia di minare le già precarie relazioni tra la Turchia e l’Unione europea”. Preoccupa, inoltre, “la decisioni del presidente turco di accennare alla reintroduzione della pena di morte”.

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