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Iraq: possibile ritorno dei Gesuiti dopo quasi 50 anni. Patriarca Sako, “una benedizione per il Paese e soprattutto per i cristiani”

Il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako e padre Dany Younes, il provinciale gesuita del Medio Oriente

“Una vera novità per l’Iraq, ed in particolare per la sua componente di popolazione cristiana”. Si tratta del possibile ritorno in Iraq della Compagnia di Gesù dove era presente dal 1932, l’anno dell’indipendenza della Repubblica d’Iraq dall’amministrazione britannica iniziata nel 1920. Secondo quanto riferisce oggi il sito Baghdadhope, “il 6 gennaio 2017 si è svolto a Baghdad un incontro tra il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako e padre Dany Younes, il provinciale gesuita del Prossimo Oriente, che ha espresso il desiderio della Compagnia di Gesù di tornare ad operare in Iraq – al di là di quanto già fa dal 2014 attraverso il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, (Jrs) operativo ad Erbil nel Kurdistan iracheno”. Tale desiderio, secondo quanto riportava lo stesso giorno il Patriarcato caldeo, “è stato ben accolto dal Patriarca che si è detto disponibile ad aiutare la Compagnia allo scopo restituendo anche i beni confiscati ai gesuiti al momento della loro cacciata dal paese e da allora gestiti dalla Chiesa caldea”. In una intervista rilasciata a Baghdadhope il patriarca caldeo Sako definisce il ritorno dei gesuiti “una benedizione per l’Iraq e soprattutto per i cristiani. I gesuiti hanno formato generazioni di iracheni nelle loro scuole e nell’Università della Sapienza. Il piccolo gregge cristiano in Iraq ha bisogno della loro presenza e del loro appoggio spirituale, pastorale e culturale. In questo senso sono benvenuti”. Secondo il patriarca caldeo i gesuiti potrebbero riprendere il posto che avevano nell’ambito dell’istruzione della società irachena che avevano prima di essere cacciati.

“Oggi – spiega Mar Sako – la Chiesa gestisce delle scuole private in cui gli studenti musulmani sono più numerosi di quelli cristiani. La gente cerca una formazione culturale solida ed in più la mentalità sta cambiando. A livello culturale c’è molta più libertà e siamo convinti che il fondamentalismo non abbia futuro”. Il loro re-inserimento, aggiunge il patriarca caldeo, sarà facile anche perché “molti che fanno parte del governo sono stati loro studenti e li sosterranno. A mio modesto parere la mossa giusta sarebbe quella di aprire per prima cosa una casa per poi valutare come muoversi ed agire”. A tale riguardo il patriarca ricorda che al momento della loro cacciata dall’Iraq, avvenuta nel 1969, “i gesuiti avevano consegnato edifici e terreni al patriarcato. Dunque restituire loro i beni è normale. Sono beni che abbiamo salvaguardato per quasi 50 anni e dopo tanto tempo è giusto che tornino loro. È una cosa che faccio con piacere”. “Se il patriarca Sako farà questo gesto sarà un esempio di grande efficacia anche nei confronti della popolazione irachena – commenta a Baghdadhope Marisa Patulli Trythall, storica dei rapporti diplomatici tra Vaticano e Stati Uniti e tra i massimi esperti della presenza gesuita in Iraq – un gesto di reale fratellanza e non di utilitarismo, di linearità nel pensiero cattolico e nel superamento di qualsiasi senso di rivalità, conscia o sommersa”. “Il ritorno di Ordini religiosi cattolici in un paese come l’Iraq, con un ricco passato inscritto nella storia stessa delle religioni e della Cristianità, ma anche in quella della civiltà mondiale, rappresenterebbe – conclude la storica – un segnale positivo di stabilità e progresso in una terra che è rimasta nota negli ultimi trenta anni per le guerre che l’hanno devastata”.

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