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Giovane suicida a Lavagna: su “Avvenire” i commenti di Bellieni, Corradi, Novara

Il suicidio del sedicenne ligure durante la perquisizione in casa sua da parte delle forse dell’ordine, allertate dalla madre, è oggetto di tre distinti interventi sull’edizione odierna di “Avvenire”. “Una di quelle notizie davanti alle quali anche i giornalisti più cinici si incupiscono: ‘Sedici anni, mio Dio, l’età di mio figlio'”, scrive Marina Corradi, giornalista e mamma, che non nasconde lo sgomento. “Quando al funerale di Giò la madre ha detto che la Guardia di Finanza era stata lei a chiamarla, perché non sapeva più che fare – dice la Corradi -, di colpo la storia di Lavagna si è fatta pubblica, e quasi corale. Di colpo ha riguardato tante madri e tanti padri che non sanno parlare con i loro figli”. E nascono le domande: “Possibile non ci siano stati altri modi per parlargli, da che ha cominciato il suo viaggio nell’adolescenza? Per parlargli, per spiegargli, per abbracciarlo, per fargli vedere di che cosa si può vivere, davvero?”. “Non esistono ricette, non ci sono manuali d’istruzione, così come non ci sono figli sbagliati e neanche figli colpevoli, sono solo immaturi. E soprattutto il genitore perfetto non esiste”, spiega il pedagogista Daniele Novara, che sottolinea la necessità di “recuperare dei ruoli all’interno della famiglia, perché i figli non crescono da soli e nello stesso tempo deve essere chiaro che a volte i genitori ci sono fin troppo”. Papà e mamma “non devono fare i poliziotti, neanche gli psicologi e nemmeno essere amici dei loro figli”, ma “se si trovano in situazioni estreme che non sanno codificare o gestire, allora è meglio che chiedano aiuto a professionisti”. Dietro il dramma del ragazzo e dei suoi genitori c’è anche il problema della droga, solo falsamente leggera. “Il problema è la consapevolezza – chiarisce da medico Carlo Bellieni – : la droga fa male, e chi si droga vive dapprima nel pozzo nero della curiosità bambinesca e poi in quello del disagio mortale”. E prosegue: “l’American Journal of Medicine del 1° febbraio mostra che negli ultimi anni sono triplicati i ricoveri per abuso di marijuana” dimostrando “sia che la cannabis fa male sia che la dilagante banalizzazione porta all’abuso”. Le campagne per la depenalizzazione e la liberalizzazione tacciono che “la cannabis aumenta il rischio che si sviluppino psicosi, perché i cannabinoidi (le molecole attive nella marijuana) sono neuromediatori che alterano le connessioni tra i neuroni”. Pertanto, se “la droga nuoce alla salute”, conclude Bellieni, “almeno non lo si ignori facendo disinformazione”.

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