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Muro Usa-Messico: padre Campese (scalabriniano), “non è questo il modo di gestire l’immigrazione”

“Da che mondo è mondo i muri non hanno mai impedito la mobilità delle persone. Andrà così anche questa volta, non è certo questo il modo di gestire l’immigrazione”. Lo afferma al Sir padre Gioacchino Campese, missionario scalabriniano in passato in servizio sulla frontiera Usa-Messico, a Tijuana, e attualmente docente presso il Simi (Scalabrini International Migration Institute). Secondo il religioso, “da una parte questo annuncio era atteso, era una delle principali promesse della campagna elettorale di Trump, dall’altra la situazione è ancora in divenire, non siamo ancora in grado di dire se e quando il muro stabilito per decreto sarà costruito”. Tuttavia, “i primi passi di questa presidenza non sono buoni. Tra l’altro quello che dà fastidio è questo messaggio negativo che viene veicolato su intere nazioni e culture. Penso ai luoghi comuni sui messicani. Negli Stati Uniti ci sono tanti immigrati, anche i seconda e terza generazione, molti ora hanno paura”. In ogni caso, “quattro cose sono sicure: primo, i muri non fermano le persone; in secondo luogo, costano; negli Stati Uniti infatti ci sono parecchi malumori su questa scelta; terzo, i muri rendono i movimenti migratori più pericolosi, si muore più facilmente perché si cercano luoghi più rischiosi per passare; quarto, a guadagnarci sono soprattutto i trafficanti di persone. Succede anche in Europa”.

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