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Iraq: Acs, la testimonianza di madre e figlio vissuti per due anni sotto l’Isis

“Io e mia madre eravamo a casa a Bartella, uno dei villaggi cristiani della Piana di Ninive. Dopo esserci alzati, una mattina d’agosto, la città è stata presa dall’Isis. Abbiamo cercato di scappare, ma siamo stati rapinati, catturati e portati a Mosul dai jihadisti”. Comincia così la drammatica testimonianza raccolta da Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs). A raccontarla sono stati Ismail e sua madre, Jandark Behnam Mansour Nassi, entrambi fuggiti due mesi fa dalla città irachena di Mosul. Ora vivono ad Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. A Mosul “avevo molta paura”, afferma Jandark, già vedova. “Non avevamo idea di dove fossimo e di cosa ci sarebbe capitato. Eravamo tagliati fuori dal mondo. Dopo poco tempo ci è stato concesso di tornare a Bartella, ma ad un check point ci è stata imposta la conversione all’Islam. Quando ci siamo rifiutati ci hanno colpito”. “Mio figlio è stato gettato in prigione. Aveva solo 14 anni”, prosegue la mamma. “Sono stato imprigionato a Bartella”, conferma Ismail, ricordando che “un giorno hanno sparato a uno sciita davanti a me. Il terrorista mi ha detto: ‘Se non ti converti all’Islam, spareremo anche a te’. È stato allora che mi sono convertito all’Islam” ma “da quel momento in poi, abbiamo tenuto nascosta la nostra fede cristiana”. “Abbiamo ricevuto un documento dall’Isis da cui risulta che siamo musulmani. Così potevo girare nelle strade di Mosul, ma in quelle strade non sei al sicuro”, continua Ismail. Nella memoria dei due anche le esecuzioni perpetrate dai miliziani dell’Isis, anche ragazzini, e le torture subite sui propri corpi per cause religiose. Alcune settimane fa la fuga verso il fronte, dove “i cecchini dell’Isis hanno cercato di spararci”. “Dopo ore di combattimento – racconta Ismail – io e mia madre siamo stati in grado di lasciare la casa, sventolando una bandiera bianca. I soldati dell’esercito di liberazione iracheno ci hanno dato il benvenuto. Eravamo liberi”. Aiuto alla Chiesa che Soffre fin dall’inizio della crisi nell’agosto 2014 ha sostenuto con più di 23 milioni di euro i cristiani rifugiati ad Erbil e Baghdad con progetti alimentari e programmi per le locazioni abitative a favore di migliaia di famiglie.

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