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Monsignor Galantino: “ricercare con saggezza il bene, che non è subito disponibile”

“A che serve darci da fare?”, si legge nel versetto 3 del capitolo primo del Qoelet. “Colpisce che la Bibbia solleciti questa domanda carica di inquietudine, in un mondo che tende a semplificare ciò che è complesso”, ha sottolineato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei intervenendo al convegno “Etica e responsabilità pubblica”, ospitato ieri sera nel Palacultura di Messina. Al realismo di questa domanda, nella Bibbia fa seguito un’amara constatazione, secondo cui “occorre prendere atto della propria fragilità”. Ecco quindi l’impegno a “ricercare con saggezza il bene, che non è subito disponibile”. Un proposito possibile solo “a condizione che si educhi alla libertà responsabile”. “Pensiamo che il nostro agire riguardi solo noi stessi – ha chiarito mons. Galantino -, e ciò provoca frammentazione e smarrimento”. Viviamo una “solitudine della coscienza”, una sorta di “schizofrenia interiore, che si può fare risalire alla mancanza di valori condivisi”. Questo relativismo disorienta e fa sì che ci senta soli, senza punti di riferimento. Usando una brillante metafora, per il segretario della Cei, l’uomo contemporaneo “appare insieme un abitante del Pantheon e un frequentatore del Far west”.

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