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Attentati a Bruxelles: Carrer (Burson-Marsteller), “una prova di forza”

“Le linee mobili sono state sospese, per ora funzionano solo i telefoni fissi”. Sara Carrer, Director New Business Development presso la sede di Bruxelles della società di consulenza BursonMarsteller, accanto alla stazione della metro dove è avvenuto uno degli attentati, ci racconta di essere all’interno del suo ufficio e, come tutti, di non poterne uscire. “Siamo spaventati e siamo bloccati qui fino a nuovo ordine, tra rumore di elicotteri e sirene spiegate, perché si temono altri attentati. La sensazione è quella di vivere in una città in stato di assedio, in un mondo che sta andando in malora”. Molti i genitori preoccupati di non poter raggiungere i propri bambini, anch’essi costretti a rimanere nelle scuole e negli asili, mentre tutti i mezzi pubblici sono fermi. “Non è stata una sorpresa. È dall’attentato di Charlie Hebdo che temiamo attentati. Questo è stato un attacco multiplo al cuore dell’Europa ma ha soprattutto voluto colpire la gente comune. È stato ben orchestrato – smettiamola di dire che si tratta di cani sciolti – per dirci: ‘Avete fermato uno di noi, ma state attenti: noi siamo più forti di voi’. Una prova di forza, insomma”. “Quello che colpisce e che dovrebbe farci riflettere  – aggiunge – sono l’organizzazione e l’omertà: Salah Abdeslam si è potuto nascondere per quattro mesi e durante il suo arresto a Molenbeek i poliziotti sono stati fatti bersaglio di lanci di uova e oggetti dai ragazzini del quartiere”. Per Carrer, non deve meravigliare che molti terroristi siano nati in Belgio o in Francia, perché la mancata integrazione è un perfetto brodo di coltura per la radicalizzazione: “Non basta nascere in un Paese europeo per essere europei. Qui in Belgio è mancata l’integrazione. Del resto, che integrazione ci può esserci quando interi gruppi sono concentrati in determinate aree povere della città con scarsissimi contatti con il resto della popolazione, chiusi tra loro, con un’istruzione ridotta ai minimi termini e scarse possibilità di lavoro? Ma la colpa non è da una parte sola: bisogna integrare ma occorre, dall’altra parte, la volontà di integrarsi”. 

 

 

 

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