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Migranti: lettera di Habeshia a Renzi, “un sacrario dell’immigrazione a Lampedusa o altrove in Sicilia”

Un piccolo sacrario dell’immigrazione, a Lampedusa o in un’altra città siciliana, dove tumulare i corpi delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013. È la richiesta dell’agenzia Habeshia, diretta dal sacerdote eritreo don Mussie Zerai, in una lettera inviata al presidente del Consiglio Matteo Renzi, all’indomani del voto parlamentare che ha istituito una Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione da celebrare ogni 3 ottobre, data della tragedia del 2013. “Una scelta – si legge nella relazione illustrativa della proposta – che nasce dall’esigenza di preservare nella memoria collettiva del Paese il ricordo del naufragio avvenuto al largo di Lampedusa nel quale morirono 366 migranti”.

“È una decisione molto attesa e importante – afferma una nota dell’agenzia Habeshia -, specie in questo periodo di crisi e di estrema incertezza nella politica di accoglienza, con enormi, spesso incomprensibili contraddizioni e ‘chiusure’ nei confronti dei profughi, dei richiedenti asilo e dei migranti che bussano alle porte dell’Italia e dell’Unione europea in nome del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Quei diritti inalienabili che sono alla base, il fondamento stesso, di ogni democrazia”.  L’agenzia Habeshia chiede tuttavia di “avere la sensibilità e il coraggio di compiere un ulteriore passo”, ossia riunire i resti delle 366 vittime del naufragio del 3 ottobre – quelle identificate e quelle ancora senza un nome – oggi sparse in diversi cimiteri della Sicilia “in un unico luogo: farli riposare insieme come insieme, purtroppo, sono morti e come insieme, fino a quella tragica alba, hanno accarezzato il sogno di una vita libera e dignitosa, un futuro migliore per sé e per i propri figli”.

“Se sarà possibile e se il Comune sarà d’accordo, si potrebbe trovare un’area apposita nel cimitero di Lampedusa – suggerisce -. Altrimenti, in una città della Sicilia, magari uno di quei porti della costa meridionale dove continuano ad arrivare migliaia di giovani che inseguono le stesse speranze dei fratelli che li hanno preceduti e che non ce l’hanno fatta. Si creerebbe in questo modo come un piccolo sacrario dell’immigrazione, dove pregare, portare un fiore, riflettere”. In questo modo si potrebbe dare “ai familiari, ai parenti, agli amici delle vittime un punto di riferimento dove poter elaborare il lutto: piangere e ricordare i propri cari per quel bisogno naturale, radicato in ogni cuore, di mantenere vivi certi legami affettivi al di là della morte stessa”.

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