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Cristiani perseguitati: mons. Coutts (Karachi), in Pakistan “non viviamo senza speranza”

In Pakistan il problema principale per le minoranze religiose è la legge contro la blasfemia introdotta nel 1986, in base alla quale chi parla contro il profeta Maometto deve essere condannato a morte e chi profana il Corano può essere imprigionato a vita. Lo ha ricordato monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e presidente della Conferenza episcopale del Pakistan, intervenuto ieri sera a Genova all’incontro “Le persecuzioni e le discriminazioni dei cristiani nel mondo”. “La legge – ha affermato – può essere usata in modo improprio e può essere facile per un musulmano accusare un cristiano o anche un altro musulmano. È uno strumento efficace per ritorsioni perché diventa difficile, per la persona accusata, provare la propria innocenza”. Mons. Coutts ha ripercorso la storia del suo Paese dalla fondazione, nel 1947, ad oggi ricordando come l’escalation dei fondamentalisti islamici tenti di estromettere le altre confessioni religiose. “Ma – ha concluso – non tutto è buio. Noi non viviamo senza speranza. Noi non siamo una Chiesa nascosta o silenziosa”. Quindi ha ricordato “i tanti musulmani di buona volontà, attivi per i diritti umani, che si fanno avanti per sostenerci nelle difficoltà”. Sono stati fatti anche passi in avanti nell’affermazione dei diritti delle minoranze religiose. Tra questi, “un recente pronunciamento della corte suprema del Pakistan” per la quale “criticare la legge sulla blasfemia non significa commettere blasfemia”: ciò “apre un discorso pubblico su come modificare la legge e non commetterne un uso improprio”. Infine, ha precisato che “un altro passo in avanti è il provvedimento del governo che ha dichiarato che i discorsi intolleranti o di hate-speech che incitano alla violenza contro altre religioni sono illegali e puniti dalla legge”.

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