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Giubileo: Olivero (Sermig), in Brasile dalla schiavitù all’Arsenale della speranza

“Ognuno di noi diventa persona quando impara a guardare l’altro, con uno sguardo libero, senza pregiudizio: ne rispetta la storia perché sa che spesso è da lì che nasce la sua sofferenza e impara a comprenderne i bisogni. Mettendosi nei panni degli altri si capiscono meglio le loro ragioni, i loro pregi e i loro difetti. Ho capito che con questa mentalità posso imparare a capire meglio anche me stesso, le mie fatiche, la sofferenza che mi porto dentro”. Lo scrive Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, nell’ultimo numero de “La Porta Aperta”, il supplemento mensile di “Avvenire” per il Giubileo, in uscita domani, raccontando del Brasile, sua “terra di adozione”. “Nel 1996, a San Paolo – racconta -, quando sono entrato per la prima volta nella vecchia Hospedaria dos Migrantes – la Casa della quarantena degli immigrati che cercavano fortuna in Brasile, tra cui quasi un milione di italiani –, la mia vita è cambiata. Trovai negli archivi una vecchia immagine d’epoca che ritraeva un uomo, un uomo come me; sotto la foto, una scritta: ‘Vendesi schiavo, età 45 anni, prezzo trattabile’. Mi si gonfiò il cuore. Sentii tutto il dolore di quella povera gente”, “uomini e donne come me, figli di Dio, torturati, picchiati, uccisi, venduti come merce, portati a volte all’accoppiamento per poi far continuare loro una vita da schiavi senza relazioni familiari stabili. Le conseguenze di tutto questo in Paesi come il Brasile – ma non solo – le vediamo ancora oggi: nella storia di questo popolo c’è una sofferenza che non si cancella con un colpo di spugna”. Da lì, proprio in quel luogo, prese il via il progetto dell’Arsenale della Speranza, “casa sempre aperta che accoglie 1.200 uomini, persone come noi, che non hanno un riparo”. “All’Arsenale – prosegue Olivero – sediamo tutti alla stessa mensa, chi accoglie e chi è accolto; non abbiamo divise che differenziano gli uni dagli altri. Vogliamo tutti un mondo migliore e abbiamo capito che la recriminazione non basta per costruirlo, e nemmeno la commozione. Bisogna alzarci e iniziare a camminare. Non lo pretendiamo dagli altri il mondo migliore, ma lo costruiamo insieme, con il rispetto, l’accoglienza, le cure, il lavoro per restituire anzitutto dignità”.

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