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Benedizione pasquale: mons. Marconi (Macerata) su Emmaus, “offre a tutti un augurio di bene”

“Ogni anno di questi tempi si scatena da qualche parte dello Stivale la guerra di religione della benedizione pasquale”. Lo ricorda monsignor Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, in una riflessione su “Emmaus”, il sito di informazione della diocesi. “Sarebbe ora – l’auspicio del presule -che, sia nella Chiesa che nella società, la cultura religiosa venisse valutata per ciò che realmente è, cioè un efficace baluardo nei confronti della superstizione e della ‘magia’”, “esse sì realmente dannose a una vita sociale serena. Pensate quanto dolore inutile provocano le paure di malocchi e cose simili in chi crede di averli ricevuti e quanto odio ingiustificato nei confronti di chi li avrebbero praticati, il più delle volte persone del tutto ignare di esserne accusate”. “La cultura religiosa è baluardo nei confronti della superstizione e della ‘magia’”, chiarisce monsignor Marconi. “Quando un credente entra in un luogo per benedirlo, non attua alcun ‘potere’ sugli altri – osserva il vescovo -. Prima di tutto infatti benedice Dio, cioè loda Dio per le cose e le persone che ha creato. Se c’è qualche credente presente, sarà felice di unirsi a questa lode; se c’è un ateo le riterrà parole vuote che non lo toccano minimamente”. Poi nella benedizione “si benedicono le persone, cioè si augura il bene alle persone presenti. Se c’è un credente riceverà questo augurio come un dono da parte di chi benedice e di Dio in cui crede. Se c’è un ateo riceverà questo augurio come il semplice auspicio di bene, proveniente da una persona come lui. Tra persone educate mi sembra una cosa sempre buona, da fare e da ricevere con gratitudine”.
“Chi benedice non impone alcun potere; offre a tutti un augurio di bene”, sottolinea il presule. “Se a benedire è un sacerdote, o il vescovo – prosegue monsignor Marconi -, per il credente c’è una certificazione più chiara della vicinanza di Dio e della comunità ecclesiale a questa azione di preghiera che si compie. Per un ateo mi pare possa essere considerato un segno di attenzione positiva, perché l’augurio di bene viene da una persona rivestita di una certa autorità e per ciò rappresentante di una intera comunità di persone. È come se non solo lui, ma tutti quelli che rappresenta, offrissero un augurio di bene. Ancora una volta il galateo insegna a ricevere questa attenzione positiva in maniera accogliente e serena”. Per il vescovo, “se riusciremo nel tempo a liberare l’Italia da superstizione e ideologie, secondo me quel giorno dovrà essere ricordato come il ‘Giorno della Liberazione’, sia dai credenti che dagli atei, in una maniera ancora più solenne che il 25 aprile”.

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