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Utero in affitto: Nicolussi (Cattolica), ” è una reificazione del figlio”

“Una porta sbattuta in faccia ai bambini che aspettano di essere adottati”. Questo, in sintesi, il parere sull’utero in affitto, al centro delle cronache di questi giorni, fornito da Andrea Nicolussi, ordinario di diritto civile all’Università Cattolica di Milano. “Il fatto che ci si divida su un tema che, fino a qualche anno fa, aveva unito la bioetica europea, d’accordo all’unanimità nel considerare l’illeicità della maternità surrogata quale pratica aberrante – argomenta l’esperto in merito al dibattito in corso – rappresenta un grande passo indietro”. Nella pratica dell’utero in affitto sono in gioco, infatti, “principi civilmente irrinunciabili, come il non sfruttamento del corpo delle persone, in particolare dei più deboli; il non sfruttamento del corpo di una donna; il rispetto della vita nascente nella sua dignità fondamentale e nella legittima aspirazione di un figlio a crescere non come oggetto, ma come soggetto verso il quale c’è un’aspirazione alla genitorialità”. Con la maternità surrogata, in altre parole, “si compiono scelte che sovvertono la logica della filiazione, che dovrebbe essere ‘per’ e non ‘sui’ figli. L’utero in affitto è una reificazione del figlio, della sua carne che diventa merce”. Senza contare la “nuova schiavitù” che riguarda la donna”, sotto forma di “automercificazione”: la “madre portante”, spiega Nicolussi, accettando “in situazioni di grave disagio un contratto del genere, è una donna che si perde non solo nove mesi di libertà, ma perde per sempre il rapporto con la persona con cui ha un legame filiale. E’ una ferita per tutta la vita: è molto più penetrante il sacrificio che le viene richiesto, un sacrificio gravissimo, che tocca i diritti fondamentali della persona, la libertà di disporre del proprio corpo, la rinuncia fondamentale al rapporto con il proprio figlio”. L’utero in affitto, puntualizza il giurista, “non riguarda l’embrione o il feto, ma un bambino che viene consegnato” a chi lo commissiona due mesi dopo la nascita, “lo stesso tempo di consegna previsto quando si acquista un cane”. Con la maternità surrogata, conclude Nicolussi, “siamo nel pieno dell’idea marxista per cui il capitalismo porta a mercificare tutto quanto”: una “deriva che stravolge la maternità e la filiazione”.

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