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Comunità di S. Egidio: mons. Zuppi (Bologna), “una misericordia che non si nasconde dietro al facile ‘non è possibile”

“Le dodici porte degli apostoli che contornano questo casa” significano “anche una casa che si apre al mondo, che non vuole e non può pensarsi chiusa, che deve uscire per entrare nella storia degli uomini attraverso quella stessa unica porta di misericordia che è Cristo”. Lo ha detto stasera monsignor Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, nella celebrazione eucaristica, nella basilica di San Giovanni in Laternano, a Roma, per il 48° anniversario della Comunità di Sant’Egidio. “Questo amore – ha spiegato – giunge alle folle della città, stanche e sfinite come pecore senza pastore, come i tanti anziani che implorano protezione, indifesi come sono, esposti alla banalità del male. Giunge alla folla di bambini e di tutte le vittime, come troppo spesso sono le donne, esposti alla cattiveria e alla violenza del mondo, vuole giungere a quella massa di migranti che diventano stranieri alla disperata ricerca di futuro”. Il presule sente “l’orgoglio e la gioia, insieme però alla vergogna per i tanti che l’indifferenza e l’inedia non ha salvato, di accogliere proprio oggi la prima famiglia giunta in Europa con i corridoi umanitari”. È “il frutto che di una misericordia che non si accontenta, che non si nasconde dietro al facile ‘non è possibile’ oppure ‘già faccio abbastanza’, che non vuole adattarsi all’egocentrismo ma alle domande degli uomini così come esse sono”.

“La misericordia – ha osservato Zuppi – allarga il cuore, suscita l’intelligenza d’amore, rende forti per sognare e trovare le soluzioni e costruire le alleanze che lo rendono possibile. La comunità è una madre in realtà debole, forte solo della misericordia, perché questa allarga il cuore e nonostante la debolezza, anche quella di mezzi economici, cerca le risposte necessarie”. È “una madre sempre povera perché tutto quello che ha lo dona ai poveri”. “Mazzolari – ha proseguito l’arcivescovo – direbbe che l’umanità della chiesa può irritare ma solo coloro che preferiscono il giudizio alla misericordia, la lettera allo spirito, il trionfo della verità alla esitazione della carità lo schema all’uomo. Vedendola non smettiamo proprio di stupirci, di lodare il Signore, e lo capiamo ancora meglio in questo anno della misericordia e in questo oggi così entusiasmante della chiesa. Dobbiamo, però, rispondere al Signore del talento affidato”. Di qui le domande: “Come lo abbiamo speso? Questo è il giudizio sulla nostra vita. Lo abbiamo aiutato o siamo rimasti a guardare? Abbiamo avuto paura rifugiandoci nel sicuro e tiepido individualismo, cercando narcisisticamente un po’ di considerazione personale?”

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