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Carità: Rosen (American Jewish Committee), le “molte parole” ebraiche per indicare l’amore

“Il linguaggio ebraico, e dunque la bibbia ebraica, ha molte parole differenti per indicare l’amore”. Lo ha ricordato il rabbino David Shlomo Rosen, direttore internazionale per i Rapporti interreligiosi dell’American Jewish Committee, intervenendo oggi al Congresso internazionale promosso dal Pontificio Consiglio Cor Unum a dieci anni dalla Deus caritas est. Nella sua prima enciclica, ha esordito il relatore, il Papa emerito fa una distinzione tra i termini greci “eros” e “agape”, ma “in ebraico non c’è un termine equivalente ad eros, anche se ci sono diverse parole per indicare il desiderio”, e perfino il termine “amore” che incontriamo nella Torah è inserito “in un contesto carnale”. L’uso del termine “yada”, ad esempio, adoperato nella Genesi per la prima coppia umana, quella di Adamo ed Eva, “in aggiunta all’aspetto fisico indica che ci sono varie forme di conoscenza”. Come si legge nell’enciclica, “la principale parola ebraica per l’amore è ‘ahavah'”, che viene usata “sia per l’aspetto fisico che per quello metafisico, i quali non sono percepiti come contraddittori nella Bibbia ebraica”, come Benedetto XVI osserva nella Deus Caritas Est. La Bibbia ebraica, inoltre “enfatizza l’importanza dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo”, sintetizzato nello “Shema Yisrael”. “L’imperativo sociale deriva precisamente dall’amore per Dio”, ha commentato Rosen, e ha a che fare con il nostro “comportamento etico”. Un’altra parola che nella tradizione ebraica ha “molta importanza” per indicare l’amore è la parola “chesed”: un parola “difficile da tradurre”, ha fatto notare il rabbino, e che può avere l’accezione di “grazia, misericordia” e talvolta “lealtà”. Ha a che fare con il “Dio che perdona” descritto nella Deus caritas est, ha commentato Rosen.

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