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Giulio Regeni: Ungaro (Voce Isontina), “la sua lezione, per conoscere la storia bisogna partire dalle persone”

“Bisogna passeggiare per le vie di Fiumicello – il paese natale di Giulio Regeni – per capire come, in fondo, Il Cairo non sia così lontana come ci aspetteremo da questa cittadina della Bassa Friulana”. Mauro Ungaro, direttore della “Voce Isontina”, settimanale della diocesi di Gorizia cui appartiene Fiumicello, ricorda la figura del giovane italiano deceduto in Egitto in circostanze ancora tutte da chiarire. La riflessione di Ungaro tocca le radici di questa terra e la sua “vocazione” e proiezione verso altre terre, altri popoli. “Un aereo vola basso sopra le abitazioni e le ruote del carrello già sembrano sfiorarne i tetti: l’aeroporto di Ronchi dei Legionari dista pochi chilometri. Chissà quante volte Giulio è passato qui sopra e magari dal finestrino ha gettato lo sguardo verso il basso, riconoscendo la casa dei suoi affetti più cari, lui che aveva scelto da tempo ormai di avere il mondo come casa”. Nei pressi di Fiumicello si trova Aquileia, “che fu uno dei più importanti centri dell’impero romano e che, una volta ricevuto il Vangelo, seppe mettersi in cammino nei primi secoli dell’era cristiana farsene testimone ai popoli di quella che noi oggi chiamiamo MittelEuropa”. “Poco oltre c’è Grado con la sua laguna: il luogo dove trovarono rifugio le popolazioni in fuga dai barbari prima di spiccare il salto verso quella che doveva diventare Venezia”.

“Questa è una terra – prosegue il ricordo del direttore – che nei sue millenni di storia ha assistito al passaggio continuo di popolazioni provenienti dall’Europa e dall’Asia. Qualcuna è transitata pacificamente; la maggior parte facendo delle armi la chiave per aprire le porte di mura e difese. È successo con gli Unni e con gli Ungari, coi Longobardi e con i Turchi…”. E ancora: “Oggi non è cambiato molto. La pianura friulana è la porta d’entrata di migliaia di uomini e donne in fuga dalla guerra e dalla violenza che segnano la quotidianità dei loro Paesi: lo è stato alla fine del secolo scorso con i popoli dell’ex Yugoslavia, lo è oggi con quanti affrontano la rotta balcanica per cercare di giungere in Europa fuggendo dall’Afghanistan, dalla Siria, dal Pakistan”. A poca distanza dalla chiesa che domina la piazza centrale di Fiumicello, si trova anche il Carso, luogo di conflitto della prima guerra mondiale e delle foibe, che vengono ricordate proprio oggi. Ungaro aggiunge: “Tutto questo faceva parte del Dna di Giulio e non può non avere influito sulla sua fame di conoscere, sul suo desiderio di andare oltre l’apparenza per comprendere quanto accadeva nei luoghi dove viveva: una verità su cui l’ufficialità delle fonti governative preferiva tacere e che non voleva fosse conosciuto”. “Eppure proprio nel suo paese, fra la sua gente Giulio aveva probabilmente appreso la lezione più grande: per imparare la storia bisogna partire dalla storia quotidiana delle persone. Sapendo ascoltare le loro parole e i loro silenzi. E quello che ha cercato di fare anche in Egitto, pagandone le conseguenze sino alla morte”.

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