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Diocesi: Bolzano-Bressanone, sull’accoglienza la lettera pastorale del vescovo Muser

“In questi mesi, in questi anni un numero sempre maggiore di uomini e donne sta alla nostra porta e bussa. È innanzitutto la porta del nostro benessere. Se migliaia di persone lasciano la loro casa e la loro famiglia, attraversano il deserto e il mare, intraprendono viaggi dall’esito a volte mortale per chiedere asilo in Europa, è principalmente perché i beni essenziali, a livello globale, sono mal distribuiti. I poveri bussano alla porta dei ricchi“. Così il vescovo di Bolzano-Bressanone, monsignor Ivo Muser, scrive nella lettera pastorale per la Quaresima 2016 dal titolo “Aprite le porte”. “A questa situazione – osserva il vescovo – si può rispondere in molti modi. In primo luogo è necessario promuovere seriamente le economie dei Paesi di provenienza dei migranti, anziché soffocarle. Utili a ciò possono essere le relazioni di scambio tra comunità lontane e i progetti di cooperazione allo sviluppo. In secondo luogo è necessario ripensare e cambiare il nostro stile di vita che, per molti aspetti, non è compatibile con il benessere di tutta l’umanità. Sono prospettive a lungo termine, difficili da attuare, ma necessarie. Ciò che però possiamo fare da subito è aprire le nostre porte all’accoglienza. Non avere paura di condividere i nostri cinque pani (cfr. Mt 14,17) con quanti hanno fame, hanno sete, sono forestieri”. Il vescovo riconosce che “non è sempre facile far entrare qualcuno nel proprio spazio vitale. Però i cristiani sanno che tutto quello che hanno ricevuto è un dono che deve essere condiviso. Questo vale sia per i beni materiali che per quelli immateriali”: per la fede, ma “anche la cultura, la lingua, le tradizioni sono una ricchezza da condividere”. “Nel nostro Alto Adige – aggiunge poi monsignor Muser guardando allo specifico del territorio diocesano – i tre gruppi linguistici (cui si aggiungono i ‘nuovi cittadini’) sono un dono l’uno per l’altro. È bene che ogni gruppo lasci entrare l’altro nella propria cultura. Ed è bene che le persone imparino a comprendere la lingua dell’altro, in modo da apprezzare pienamente il dono che ricevono nell’incontro. Ancora una volta siamo chiamati a ricercare l’unità nel rispetto delle diversità. Le differenze, nella comunità cristiana, non sono elementi di divisione ma talenti da mettere in comune”.

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