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Lampedusa, rientrata la protesta: don Zerai (Habeshia) al Commissario Ue, “Non trattarli come pacchi”

“Non è giusto accusare questi profughi dicendo che si rifiutano di farsi identificare: vogliono sapere che cosa sarà del loro futuro, di non essere spostati come pacchi senza sapere che destino li attende”: lo ribadisce oggi don Mussie Zerai, responsabile dell’Agenzia Habeshia, in una lettera inviata al Commissario per gli affari interni, migrazione e cittadinanza dell’Unione europea Dimitris Avramapoulos, a proposito dei circa 230 profughi, eritrei, sudanesi e siriani (tra cui molte donne e bambini), che hanno trascorso notti e giorni all’addiaccio, davanti alla parrocchia di Lampedusa, per non farsi prendere le impronte digitali nell’hotspot di Lampedusa, come imposto dalle norme comunitarie. Oggi i profughi sono tutti rientrati nell’hotspot. “Mandare le persone in Paesi dove non hanno nessun punto di riferimento, nessun legame affettivo, nessuna comunità di connazionali che fa da supporto nel cammino di integrazione”, precisa don Zerai, significa scaricarli “nel primo Paese che dice di essere disponibile senza verificare quali sono le effettive possibilità e capacità di accoglienza, le opportunità che può offrire sul piano dei diritti e della sicurezza per la vita”: “Sappiamo da testimonianze in molti Paesi dell’est Europa che oggi si dicono disponibili ad accogliere profughi, che ci sono stati forti attacchi razzisti a danno di profughi transito o di breve sosta, in alcuni casi si è trattato di omicidio – mette in guardia don Zerai -. Ci sono casi di profughi in stato di totale abbandono in Romania, Bulgaria e Ungheria, Ucraina. Di questo i nostri profughi sono ben informati perché lo sentono ogni giorno nelle trasmissione radio in lingua madre”. Quelli che hanno protestato a Lampedusa chiedevano di “unificare tutta la procedura che oggi si fa in tre tappe, informarli sul criterio in base i quali vengono assegnate le destinazioni, tener conto dei loro bisogni di congiungersi con i propri familiari e parenti”. In sintesi, conclude, “si richiede il rispetto della Costituzione europea: carta dei diritti fondamentali dell’Unione, Titolo I e Titolo II, sulla dignità e libertà delle persone”.

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