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Missioni: suor Santarelli, “l’amore ci spinge verso i fratelli”

“Di fronte alle difficoltà, anche nelle relazioni sociali, pastorali, comunitarie, mi è di grande aiuto pensare: sono qui per Cristo. Anziché tentare di ridurre la persona ai miei gusti o aspettative, devo piuttosto cercare di vederla come Cristo la vede, amarla come lui la ama. Allora riesco a non irritarmi e ad amarla così. Quello che vale è riuscire a spogliarsi e mettersi nella disposizione di Gesù”. È la testimonianza offerta al settimanale diocesano di Cesena-Sarsina, “Corriere Cesenate”, da suor Lucia Santarelli, classe 1930, suora saveriana originaria di Cesena, che ha trascorso la maggior parte della sua vita in missione. Il servizio, che uscirà la prossima settimana, dà voce alla religiosa, che racconta i suoi anni in missione: prima il Brasile, poi in Sierra Leone e, infine, di nuovo in Brasile. La prima partenza risale al 1964: “Erano gli anni del boom. Il Paese usciva dalla dittatura grazie anche all’impegno coraggioso della Chiesa”, spiega. Dopo una sosta di sei anni in Italia, la missionaria torna in Brasile del sud nel 1977: “Fu per me il tempo dell’animazione missionaria vocazionale, in collaborazione con laici e sacerdoti locali”. Di quel periodo, il cesenate monsignor Giorgio Biguzzi, allora vescovo a Makeni (Sierra Leone), ricorda un episodio del tutto particolare. “I guerriglieri – riferisce al telefono – mi contattarono subito dopo il rapimento. Chiedevano medicine e altri favori. Mi misero in contatto anche con suor Lucia. Capimmo subito che sarebbe stato necessario trovare un’altra frequenza radio per continuare a sentirci e per metterci d’accordo per la liberazione. Il governo, se ci avesse intercettato, avrebbe potuto organizzare un blitz, mettendo a repentaglio la vita di tante persone, le suore in primis. Conversando in romagnolo, e usando i dieci comandamenti (ricordati di santificare le feste per indicare il 3, non dire falsa testimonianza per l’8), riuscimmo a cambiare le frequenze senza farci comprendere da nessuno. Qualche giorno dopo la liberazione degli ostaggi, incontrando alcuni funzionari dell’ambasciata inglese e spiegando loro come erano andati i fatti, l’utilizzo del dialetto romagnolo compreso, mi dissero che sarei potuto andare a lavorare da loro, con Scotland Yard”.

Tornata in Italia nel 1982, la sua nuova destinazione è la Sierra Leone, in un “ambiente prevalentemente musulmano”. “La convivenza con i musulmani – afferma suor Lucia – mi ha fatto anche apprezzare il loro modo di servire Dio lealmente. Quando arrivarono i fondamentalisti, i musulmani sierraleonesi li rifiutarono: ‘Noi siamo per la pace’, dissero”. In Sierra Leone è vittima di un rapimento, di 55 giorni, da parte del Fronte rivoluzionario unito, insieme alle altre suore: “Abbiamo considerato la prigionia un ritiro spirituale, perché abbiamo potuto pregare molto. Avevamo con noi un solo libro dei Vangeli, di edizione evangelica. Pregavamo insieme salmi e altre preghiere: alcuni venivano a vedere che cosa stessimo facendo e partecipavano. Il mercoledì delle Ceneri, Shavolin, un ribelle, ci vide con la cenere sulla fronte. Meravigliato, ci chiese se ci avevano picchiato. Gli parlammo del mistero della Pasqua di Gesù che con la Quaresima ci preparavamo a celebrare. Shavolin ne fu colpito e in mezzo ai suoi, ad alta voce, cominciò a parlare con entusiasmo di Gesù morto e risorto”. Dopo la liberazione rimane ancora in Sierra Leone, poi l’Italia, gli Stati Uniti e dal 2004 è di nuovo in Brasile, dove, dopo la visita alla famiglia in occasione delle festività, ritornerà l’11 febbraio. “Mi piace molto ciò che il Papa va ripetendo: è l’amore che spinge ad andare incontro ai fratelli. In ogni posto ci sono comportamenti diversi, ma sempre il fratello percepisce la bontà che non giudica, che non esige, che sa aspettare che la persona faccia il suo passo e si lasci incontrare, che accetta e apprezza il diverso. Dappertutto ciò che la gente gradisce è la bontà di cuore”, conclude.

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