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Pasqua: Patriarca Bartolomeo I, “la vita è più forte della morte e la luce è più forte dell’oscurità”

Unità delle Chiese ed ecumenismo del sangue. Questi i due argomenti trattati dal Patriarca Bartolomeo I nell'intervista esclusiva al Sir per la solennità di Pasqua. "Quando siamo uniti nella nostra risposta alle sfide contemporanee e nel confrontarci con le crisi moderne, il nostro messaggio risulta sempre di gran lunga più potente e anche molto più credibile". E ai fratelli cristiani perseguitati e martiri del Medio Oriente, dice: "Cristo ha promesso che non avrebbe lasciato orfani i suoi. Questa è la nostra unica speranza e la nostra unica fonte di ottimismo"

“La vita è più forte della morte e la luce è più forte dell’oscurità”. È il messaggio che il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, lancia in quest’intervista esclusiva al Sir, alla vigilia della Santa Pasqua, che quest’anno i cristiani di tutte le Chiese celebrano nella stessa data. Una coincidenza che raramente accade nella storia, in quanto gli ortodossi utilizzano il calendario giuliano, mentre protestanti e cattolici fanno riferimento al calendario gregoriano. La prossima coincidenza avverrà nel 2025 nell’anno in cui si celebreranno i 1700 anni dal Concilio di Nicea (325) che fu il primo Concilio ecumenico di tutto il mondo cristiano ancora indiviso. L’intervista al Patriarca Bartolomeo arriva nei giorni in cui la Settimana Santa è stata bagnata dal sangue dei cristiani copti ortodossi in Egitto negli attentati di Tanta e Alessandria, nella Domenica delle Palme. Al Patriarca abbiamo quindi chiesto di parlarci dell’unità delle Chiese e dell’ecumenismo del sangue.

Quest’anno, le Chiese d’Oriente e d’Occidente celebreranno la Pasqua nella stessa data. La celebrazione della stessa fede cristiana nella vittoria di Gesù Cristo sulla morte. Che messaggio i cristiani uniti di tutte le Chiese possono dare insieme a Pasqua in un mondo che oggi si trova ad affrontare ombre di dolore, divisione e morte?
In effetti, il 2017 costituisce un’occasione di celebrazione congiunta da parte delle Chiese dell’Oriente e dell’Occidente della vivificante Risurrezione di Gesù Cristo. Questo non accade ogni anno, ma ogni volta che si verifica, rappresenta un potente segno che ci ricorda la dolorosa divisione tra le Chiese cristiane, così come la nostra vocazione e il nostro obbligo di adoperarci per una maggiore riconciliazione tra i credenti cristiani, per i quali Nostro Signore ha pregato nella notte del suo tradimento: “Che tutti siano uno” (Gv 17,21).

La verità è che, quando siamo uniti nella nostra risposta alle sfide contemporanee e nel confrontarci con le crisi moderne, il nostro messaggio risulta sempre di gran lunga più potente e anche molto più credibile. Poiché la Risurrezione non è soltanto un simbolo di potere e di vittoria; è in primo luogo un segno dell’amore e della compassione di Dio. È per amore del mondo che Dio si è fatto uomo, si è incarnato, è morto per i nostri peccati, ed è risuscitato dai morti.

Quando partecipiamo alla sua compassione divina, allora anche noi siamo in grado di sperimentare ed esprimere la convinzione che la vita è più forte della morte e la luce è più forte dell’oscurità.

Questo è il motivo per cui il tema della Risurrezione lega insieme tutte le nostre dottrine, tradizioni e realtà cristiane. Quest’anno, i cristiani di tutte le Confessioni – e in tutto il mondo – possono proclamare insieme: “la buona novella di grande gioia” che riempie tutta la creazione in quella splendida notte di Pasqua. Nelle parole di un inno ortodosso per la Veglia del Sabato Santo: “Questa è una sacra Pasqua, una Pasqua che allieta, una gioiosa Pasqua, una nuova Pasqua, una santa Pasqua, una Pasqua mistica, una Pasqua venerabile, una Pasqua pura, una grande Pasqua, una Pasqua che santifica tutti i fedeli e spalanca le porte del paradiso”.

Le Chiese saranno unite nella celebrazione della Pasqua in Paesi feriti dalla guerra, come nel Medio Oriente. È l’ecumenismo del sangue. Cosa vogliono dire i cristiani del mondo occidentale ai loro fratelli e sorelle della Siria, dell’Egitto, dell’Iraq? Pensa che la pace sia ancora possibile? Pensa che potrebbe essere possibile che in questo tempo di Pasqua le armi tacciano almeno per un giorno?
Nonostante i conflitti e le sfide, le sofferenze e la lotta di cui siamo testimoni tutto intorno a noi, nella notte della Risurrezione di Cristo possiamo ancora esclamare: “Cristo è risorto!”, possiamo professare che questa notte, come san Gregorio Nazianzeno ha sottolineato in modo eloquente nel IV secolo, “risplende più luminosa di qualsiasi altro giorno”.
Questo perché la Risurrezione non è un ideale utopico o un sogno astratto. Per gli ortodossi, la Risurrezione di Cristo è intimamente e indissolubilmente legata alla Crocifissione di Cristo.

La gioia della Risurrezione non può essere isolata o scollegata rispetto al dolore della Crocifissione.

Noi ortodossi riconosciamo il Dio trionfante nel Dio sofferente. Discerniamo l’esultanza definitiva di Cristo nella sua profonda umiliazione. Quindi nelle Chiese ortodosse le note della gioia già echeggiano nei suoni del Golgota.
Questa è precisamente la nostra visione della Risurrezione e la nostra rassicurazione di pace di fronte alle persecuzioni cristiane nel Medio Oriente, ma anche in tante altre parti del mondo: in Europa, nell’Africa del Nord e in Asia. Cristo ha promesso che non avrebbe lasciato orfani i suoi discepoli, che sarebbe rimasto con noi “tutti i giorni della nostra vita”. Questa è la nostra unica speranza e la nostra unica fonte di ottimismo.
Ogni anno, allora, nella grande festa della Pasqua, ricordiamo non soltanto un evento che si è verificato duemila anni fa, ma qualcosa che è molto contemporaneo e reale per noi. Ecco perché, il Venerdì Santo,

possiamo guardare la Croce e concentrarci su tutto il male, le slealtà, gli abusi e i tradimenti che vengono compiuti nel nostro mondo.

Poi però, il Sabato Santo, possiamo rivolgere lo sguardo al Sepolcro vuoto e percepire un’anticipazione della vita e della pace, così come la celebrazione della luce e della gioia.

Siamo chiamati a guardare il mondo e contemplare l’alba di una nuova vita e di una nuova speranza.

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